Pitigliano (Grosseto). Un’idea di turismo che supera la logica del “cosa vedere” per abbracciare quella del “come vivere un luogo”.
È questa la base del progetto di marketing territoriale sviluppato da Marina Sofia Orsucci, neolaureata in Communication Design all’Istituto Modartech di Pontedera, che ha realizzato un piano di valorizzazione del Comune di Pitigliano con l’obiettivo di non attrarre turisti stagionali “mordi e fuggi”, ma cittadini temporanei che possano vivere il territorio 365 giorni all’anno.
La tesi
Il progetto, presentato nella tesi di laurea “Visibile vs invisibile“, propone un cambio di paradigma nella promozione delle destinazioni. Al centro non ci sono più itinerari standardizzati o attrazioni da consumare rapidamente, ma un’esperienza profonda, costruita sulla relazione tra visitatore e comunità ospitante.
L’idea nasce da una riflessione sul ruolo dell’emozione nella costruzione del racconto territoriale: se l’intelligenza artificiale lavora su dati, immagini e modelli replicabili, l’essere umano resta l’unico in grado di generare significato attraverso l’esperienza diretta, sensoriale e interpretativa. Da qui l’obiettivo di “rendere visibile l’invisibile“, ovvero valorizzare ciò che non è immediatamente percepibile – memoria, relazioni, identità – ma che definisce l’autenticità di un luogo.
Il caso studio è Pitigliano, luogo in cui Marina Sofia trascorre gran parte delle vacanze estive e qui interpretato come un organismo vivente, la cui identità viene raccontata attraverso quattro elementi simbolici – aria, acqua, terra e fuoco – che diventano chiavi di lettura e strumenti progettuali. Ognuno rappresenta una soglia esperienziale, un punto di ingresso nel carattere profondo del borgo.
L’aria è la prima soglia: respirare l’aria di Pitigliano significa iniziare a fare parte del suo respiro collettivo e trasforma il turista in viaggiatore consapevole. L’acqua custodisce la memoria del luogo, scorrendo nascosta sotto le vie, ma connettendo natura, cultura e comunità. La terra è rappresentata dal tufo, l’elemento generatore: sopra di esso si sviluppa la città visibile, mentre quella invisibile è scavata nelle sue viscere, nelle cantine dove per secoli si è conservato il vino. Il fuoco, infine, è comunità e appartenenza: i riti del fuoco che animano la piazza, il calore umano che trasforma uno spazio in un luogo identitario.
Da questi quattro elementi nasce una grammatica progettuale che Marina Sofia ha trasformato in Pitigliano Handmade — Built by Community, il modello turistico proposto come esito del suo lavoro. Si tratta di un modello di turismo di comunità, costruito dagli abitanti insieme ai “cittadini temporanei”, come il progetto definisce i visitatori che scelgono di vivere il luogo anziché consumarlo. Si ispira ai valori dell’artigianato: unicità, autenticità, attenzione al dettaglio, imperfezione come segno di personalizzazione. È l’opposto del turismo seriale, del format standardizzato, dell'”Instagram effect” che appiattisce ogni esperienza su una logica di visibilità.
“Il turista ideale che mi sono immaginata ha tra i 35 e i 65 anni, cerca qualità della vita, tempo lento, relazioni autentiche – spiega Marina Sofia –. Non chiede cosa vedere, ma come essere un cittadino temporaneo. Non consuma il luogo: lo abita, lo rispetta, ne diventa in qualche misura co-autore della narrazione”.
Il progetto si chiude con un Manifesto per una comunicazione dell’invisibile, che ridefinisce anche il ruolo del designer: non più semplice produttore di contenuti visivi, ma mediatore tra l’esperienza umana e la sua trasmissione.
Il progetto è stato attenzionato anche dal Comune di Pitigliano, che oltre a riconoscerne la validità in quanto strumento utile e coerente con la propria visione di sviluppo turistico, valorizzando il territorio senza snaturarlo, si è reso disponibile ad integrarlo nella strategia turistica locale.
“La mia tesi è esportabile nel metodo, ma non nella forma – conclude Marina Sofia –. Ogni territorio merita una narrazione propria. Pitigliano, con la sua storia millenaria, il suo tufo, le sue comunità, il suo passato ebraico e le sue tradizioni, ne aveva una già scritta. Mancava qualcuno capace di renderla percepibile. E ora, forse, c’è”.

