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Cpia: una cena multietnica celebra la fine del corso di italiano per donne straniere

di Redazione
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Due tavole imbandite di piatti multicolore nel parco della Rimembranza, il profumo di spezie che sale da tajine, cous cous, pizza e pasta al pesto e pomodorini, dolci di tutti i tipi. Le risate cristalline di donne e bambini che fanno a gara per farsi fotografare con il sindaco Maria Bice Ginesi, l’assessore all’istruzione Irene Terzaroli e soprattutto con gli insegnanti del Cpia: Alessandra Gaviano, Sergio Ceccacci, Luisella Solinas, Cesarina Petrosino, Maria Marraccini e Carla De Nicola. Una vera festa.

Il corso di italiano per donne extracomunitarie si è svolto nell’arco di due mesi, voluto dal Comune di Scansano e tenuto dal Centro provinciale per l’istruzione degli adulti. Ottanta ore, due volte a settimana dalle 9 alle 13, rivolte alle donne e fissato in orario scolastico così che fossero libere dall’assistenza ai figli. Il Covid ha fatto slittare l’inizio e così le ultime lezioni sono state vivacizzate dai bimbi, visto che nel frattempo era finita la scuola. Una trentina le “alunne”: signore marocchine, albanesi, brasiliane, pakistane e ucraine, divise in gruppi in base alle loro conoscenze di partenza.

C’è chi parla italiano perché qui da anni, ma non è mai andato a scuola, ed è il caso delle signore di origine africana: “Non sapevo leggere e scrivere, ora so fare la mia firma”, dichiara con gli occhi che brillano una di loro.

C’è chi, diplomata o laureata, è scappata in fretta a furia dalla guerra, soffre la condizione di profugo e vuole rompere almeno l’isolamento linguistico: “Siamo qui, è giusto imparare la lingua, prima dicevo , ora so che devo mettere l’articolo” spiega ridendo una di loro.

La domanda di tutte è una sola: “ Organizzerete un altro corso?”.

“Forse – dichiara Sergio Ceccacci – riusciremo a fare ancora trenta ore a settembre perché ci sono fondi residui. Per il resto, vedremo in base ai finanziamenti. In effetti, ottanta ore sono un antipasto, un assaggio buono per far venire loro la voglia di andare avanti. Ma è stata una esperienza bellissima, utile dal punto di vista linguistico, ma anche forse soprattutto umano, per loro e per noi”.

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