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CineVisioni: la recensione del film “La Cena di Natale”

di Luca Ceccarelli
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In programma a Grosseto – The Space Cinema

La Cena di Natale riprende il filo interrotto da Io che amo solo te, di cui è il dichiarato sequel. Troviamo quindi Chiara incinta all’ottavo mese e Damiano (Riccardo Scamarcio) ancora alle prese con le sue avventure amorose, in questo caso con una procace ragazza di nome Debora (Giulia Elettra Gorietti), che comincerà a fare richieste pressanti anche in virtù di una sua neogravidanza.

Don Mimì (Michele Placido), padre di Damiano, intanto, continua a coltivare il suo amore giovanile Ninella (Maria Pia Calzone) , meditando una fuga d’amore a Parigi. Come nella migliore tradizione, però, Mimì compensa il tutto con un regalo importante alla moglie Matilde (Antonella Attili), un anello con smeraldo, ignorandone il significato di “amore eterno”.

Così la moglie decide di festeggiare questo avvenimento con una cena con la famiglia, ivi comprese Chiara, Ninella e suo fratello. Sarà il casus belli da cui emergeranno le varie rivalità e da cui scaturiranno anche numerose rese dei conti.

Nel finale scopriremo che Damiano effettuerà finalmente una scelta ed assisteremo alla gravidanza di Chiara, che sconvolgerà molti dei piani dei protagonisti.

La cena di Natale tenta di espandere ulteriormente i temi di Io che amo solo te, inserendo elementi di attualità e temi di dibattito, come ad esempio le storie d’amore omosessuali, unendoli a qualche gag fondamentalmente basata sul teatro dell’equivoco.

La pellicola risulta però decisamente poco convincente, la sceneggiatura stiracchiata ed incapace di stupire, sia per le più che prevedibili svolte, sia per una realizzazione davvero sciatta. Difficilmente i sequel funzionano, ma in questo caso Marco Ponti, sceneggiatore oltre che regista, sembra essere il primo a non crederci.

E di sicuro non aiuta la recitazione dei protagonisti: l’unico che si salva, sebbene anche lui alle prese più con una caricatura che con un personaggio, è Placido. Gli altri due protagonisti, Scamarcio e la Chiatti, rendono i loro personaggi piatti e quasi impalpabili. Meglio di loro le coprotagoniste femminili: sia la Attili che la Calzone sembrano invece perfettamente a loro agio nelle rispettive parti e rendono il tutto un po’ più digeribile.

Assolutamente trascurabile la prova di regia, che si limita al minimo indispensabile, così come la fotografia e le scenografie, patinate e spesso poco credibili. Riguardo i temi che dovrebbero far discutere, cui accennavamo poco sopra, questi sono trattati con un tale conformismo di maniera da risultare quasi imbarazzanti. Se questo è il nuovo cinema italiano c’è poco da stare tranquilli.

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