Home AttualitàIl sindaco scrive ai Frati Francescani: “Possibile addio a Grosseto è un dolore per tutta la città”

Il sindaco scrive ai Frati Francescani: “Possibile addio a Grosseto è un dolore per tutta la città”

di Redazione
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Grosseto.Carissimi fratelli Francescani, la notizia del possibile addio della comunità a Grosseto mi è arrivata diritta al cuore”.

Inizia così la lettera aperta che il sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna, ha scritto ai Frati francescani in merito alla paventata chiusura del convento della chiesa di San Francesco.

“Da quando ho appreso che il vostro Ordine potrebbe essere costretto a lasciare la nostra città, sento dentro una profonda amarezza – continua la lettera -. Un dolore che non appartiene soltanto a me, ma che credo sia condiviso da migliaia di grossetani. Perché questa non è solo la storia di un convento che chiude. Questa è la storia di una parte della nostra identità che rischia di spegnersi. Ci sono istituzioni che appartengono a un’epoca ed altre che appartengono all’eternità. I Francescani fanno parte della seconda categoria. Quando i figli di San Francesco arrivarono a Grosseto, nella seconda metà del Duecento, la nostra città era ancora agli albori della sua storia. Le mura medievali stavano prendendo forma, il Duomo doveva ancora essere completato e la giovane comunità grossetana cercava la propria identità. Fu allora che i Francescani si stabilirono presso la chiesa di San Fortunato e costruirono quella che ancora oggi è la chiesa di San Francesco, consacrata nel 1289. Da allora non siete mai stati semplicemente dei religiosi. Siete diventati parte della storia di Grosseto. Dentro quella chiesa non si è soltanto pregato. Lì è cresciuta una comunità. Per secoli i Priori del Comune venivano eletti proprio nella chiesa di San Francesco. Questo è un particolare che racconta meglio di qualsiasi libro quanto fosse profondo il legame tra la vita della città e la presenza francescana”.

“Da quasi ottocento anni camminate accanto ai grossetani – prosegue la lettera –. Avete attraversato le dominazioni, le carestie, la malaria che ha segnato la Maremma, le guerre, le epidemie e le soppressioni che vi costrinsero a lasciare il convento. Eppure siete sempre tornati. Sempre. Perché Grosseto era casa vostra e voi eravate diventati famiglia per Grosseto. L’ultima volta siete tornati nel 1924. Solo due anni fa abbiamo celebrato con orgoglio il centenario di quel ritorno. Sembrava una festa destinata a guardare al futuro. Nessuno avrebbe mai immaginato che, così poco tempo dopo, ci saremmo trovati a temere un nuovo addio. Ma la storia dei Francescani non è fatta soltanto di date. È fatta di volti, di mani, di sorrisi, di uomini che hanno scelto di consumare la propria vita per gli altri. E tra questi volti ce n’è uno che appartiene per sempre alla memoria di Grosseto: padre Ugolino Vagnuzzi. Molti italiani lo ricordano come il frate che celebrò, il 14 luglio 1964, il matrimonio segreto tra Adriano Celentano e Claudia Mori, facendo entrare la nostra città nella storia del costume italiano. Ma noi grossetani sappiamo che padre Ugolino è stato infinitamente di più. È stato il sacerdote che ha educato generazioni di giovani, il frate che ha saputo parlare ai ragazzi, l’assistente degli scout, lo scrittore, il confessore, l’amico di tutti. È stato uno di quei francescani che non cercavano la ribalta, ma sceglievano ogni giorno di stare accanto alle persone. E padre Ugolino non rappresenta un’eccezione. Rappresenta ciò che i Francescani sono stati per Grosseto in quasi ottocento anni di storia”.

“In questi secoli non avete costruito soltanto una chiesa. Avete costruito una comunità. Avete battezzato bambini che oggi sono nonni. Avete celebrato matrimoni dai quali sono nate intere famiglie. Avete pianto accanto a chi perdeva una persona cara. Avete ascoltato confessioni che nessuno conoscerà mai – prosegue il sindaco -. Avete accolto i poveri senza chiedere il loro nome. Avete aperto le porte a chiunque bussasse, senza domandare da dove venisse, quale fosse la sua storia o quale fosse il peso che portava nel cuore. Quante persone sono entrate nella chiesa di San Francesco semplicemente perché avevano bisogno di un luogo dove respirare un po’ di pace? Quante vite sono cambiate grazie a una vostra parola? Quante lacrime avete asciugato senza che nessuno lo sapesse? Il bene, quasi sempre, è silenzioso. E proprio per questo ci accorgiamo della sua immensità soltanto quando rischiamo di perderlo. Una città può sopravvivere alla chiusura di un negozio. Può ricostruire un edificio. Può sostituire un servizio. Ma quando perde una comunità che da quasi ottocento anni prega, educa, consola e accompagna il suo popolo, non perde soltanto una presenza. Perde una parte della propria anima. Ed è questo che oggi fa più male. Io non riesco a immaginare Grosseto senza il convento abitato dai Francescani. Non riesco a immaginare quel chiostro senza il rumore lieve dei vostri passi. Non riesco a immaginare la porta di San Francesco senza sapere che dietro quella porta c’è sempre qualcuno disposto ad ascoltare, a confortare, a pregare”.

“So bene che la diminuzione delle vocazioni impone decisioni difficili. So bene che chi guida il vostro Ordine deve assumersi responsabilità enormi – continua la lettera -. Non pretendo di giudicare. Ma sento il dovere di chiedere. Se esiste anche una sola possibilità, anche la più piccola, perché Grosseto continui ad avere una presenza francescana, vi prego di percorrerla. Fatelo per questa città. Fatelo per la sua storia. Fatelo per le migliaia di persone che, in quasi otto secoli, hanno trovato nei Francescani una casa prima ancora che un convento. Non scrivo questa lettera per alimentare una polemica. La scrivo perché ci sono momenti nei quali il silenzio sarebbe una forma di resa. E io non voglio rassegnarmi all’idea che Grosseto possa perdere una parte così preziosa della propria identità. Forse la decisione è già stata presa. Forse nulla potrà cambiare. Ma voglio che resti scritto, oggi e per il futuro, che questa città non ha assistito in silenzio. Che ha provato, con rispetto ma anche con tutto l’affetto possibile, a trattenere una famiglia che vive con noi da quasi ottocento anni. Perché voi non siete semplicemente i frati del convento di San Francesco. Siete una parte della storia di Grosseto. Siete una parte della nostra memoria e siete una parte del nostro cuore. E il cuore, quando perde un suo pezzo, continua a battere. Ma non batte più allo stesso modo”.

“Con immensa gratitudine, con sincero affetto e con la speranza che questa città possa continuare ad avere il privilegio di chiamarvi ancora – termina la lettera – i nostri Frati Francescani”.

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