Home GrossetoTermine nella segreteria di Marras, Vasellini e Bragaglia: “Il problema non è lo stipendio, ma l’arroganza del potere”

Termine nella segreteria di Marras, Vasellini e Bragaglia: “Il problema non è lo stipendio, ma l’arroganza del potere”

di Redazione
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Grosseto. C’è un errore di fondo, voluto e reiterato, nel modo in cui Giacomo Termine e chi lo difende stanno cercando di chiudere questa vicenda: pensano che basti correggere una cifra per correggere un giudizio politico”.

A dichiararlo, in un comunicato, sono Andrea Vasellini e Alessandro Bragaglia, consiglieri comunali a Grosseto ed esponenti del gruppo Vannacci.

“Non funziona così. 87.000 euro: davvero pensavano che bastasse dirlo? Ci viene spiegato, con tono professorale, che non si tratterebbe di 130.000 euro, ma di circa 87.000 euro lordi annui – continua la nota -. Perfetto. Prendiamoli per buoni. Mettiamoli a verbale. E poi andiamo avanti. Perché il problema non è se lo stipendio sia ‘molto alto’ o ‘solo alto’. Il problema è che un sindaco in carica, segretario provinciale di partito, viene collocato dentro la struttura politica di un assessorato regionale, con un incarico fiduciario e ben remunerato e ci si aspetta pure che la cosa venga accolta come normale amministrazione. Non lo è. E non lo diventa abbassando la voce o cambiando numero”.

“‘È tutto previsto’: la formula magica dell’irresponsabilità – sottolinea il comunicato. La linea difensiva è sempre la stessa, stanca e rivelatrice: è previsto, è legittimo, è conforme. Traduzione: non abbiamo violato una norma, quindi non dobbiamo spiegare nulla. Peccato che la politica non sia un quiz a crocette sulla legalità formale. Qui si parla di credibilità delle istituzioni, non di cavilli. Quando chi amministra un Comune entra, con incarico fiduciario, nella stanza dei bottoni regionali, il problema non è penale: è etico, politico e istituzionale. Ed è un problema che si finge di non vedere solo perché fa comodo non vederlo. Il conflitto che ‘non esiste’, ma guarda caso conviene a tutti. Ci dicono che non c’è conflitto. Certo: perché basta non nominarlo per farlo sparire. Ma la realtà è ostinata: chi governa un territorio e lavora nello staff politico-amministrativo regionale gode di una prossimità al potere che altri sindaci e amministratori non hanno. Anche solo informativa. Anche solo relazionale. Anche solo temporale. Negarlo non è ingenuità: è intelligenza usata male”.

“La difesa peggiore: ‘Succede anche altrove’.  Quando si arriva a dire che ‘accade anche in altri contesti’, si è già perso. Perché questa non è una giustificazione: è un’ammissione. Significa dire ai cittadini: funziona così, prendete atto. Noi diciamo l’opposto: se funziona così, allora funziona male – sottolineano Vasellini e Bragaglia -. Il punto politico, quello vero. Il caso Termine non è uno scandalo giudiziario. È peggio: è uno scandalo culturale. È l’idea secondo cui chi sta dentro al sistema può sommare ruoli, incarichi, funzioni e stipendi, e poi liquidare ogni critica come ‘strumentale’ o ‘disinformata’. È l’idea di un potere che non sente il bisogno di spiegarsi, perché è convinto di bastare a sé stesso. Una richiesta che non può essere aggirata. Se davvero si vuole chiudere la questione, non servono comunicati difensivi. Serve: dire chiaramente perché proprio Termine e non altri; spiegare cosa fa concretamente, con quali obiettivi e quali risultati verificabili; illustrare come si evita, in modo credibile, la sovrapposizione tra ruolo locale e ruolo regionale”.

“Finché questo non accade, ogni precisazione sullo stipendio è solo fumo negli occhi – conclude il comunicato. E la verità resta una sola: qui non si sta discutendo di quanto prende Termine, ma di quanto potere si è deciso di concentrare sempre nelle stesse mani”.

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