Montemerano (Grosseto). “Ho dietro di me millenni di silenzi, di tentativi di poesia, di pani di feste, di fili di telaio”, raccontava di sé l’artista Maria Lai.
A dodici anni dalla morte dell’artista sarda, il suo riconoscimento internazionale è stato sancito a New York dalla mostra retrospettiva al Magazzino Italian Art (“Maria Lai. A journey to America”, novembre 2024-luglio 2025), durante la quale il regista Stefano Scialotti ha presentato il film intervista “Maria Lai. Assetata di libertà”.
L’Accademia del Libro – Biblioteca comunale di storia dell’arte di Montemerano ha il piacere di proiettarlo in versione integrale sabato 20 settembre, alle 18, alla presenza del regista, che racconterà le fasi di preparazione del documentario e dialogherà con Ersilia Agnolucci sulla figura umana e artistica di Maria Lai.
Il film
Il film nasce da circa due ore di interviste con Maria Lai girate negli anni 2005-2006. L’artista racconta in modo spesso intimo la storia della sua vita, dai primi tentativi di fare arte fino alle evoluzioni più recenti e a come sono nate le “carte” per spiegare a tutti il senso dell’espressione artistica e la sua utilità. Si dipana come un film verità che ha come filo conduttore le parole e i racconti dell’artista. Sono state la forza e la profondità di questi racconti che hanno spinto Stefano Scialotti al progetto di un documentario e all’individuazione di alcune parole chiave che titolano le brevi interviste di 2-3 minuti circa: il silenzio, la più grande prova d’amore, una mano maschile, le carte, il museo dell’olio… Tra un’intervista e l’altra, emergono le immagini delle opere che hanno un’assonanza estetica e temporale con i contenuti del racconto.
“La vita umana è programmata per una crescita assolutamente imprevedibile – diceva Maria Lai –. L’unica via che potesse portarmi alla libertà è stata l’arte. Come se nel mio Dna ci fosse l’angoscia di generazioni e generazioni di donne succubi del potere. E io sentivo una forza incontrollabile che mi portava ad uscire da tutto ciò che avrebbe dovuto proteggermi, un marito, un padre, un amante”.
Per questa sua spinta a una soggettività femminile e all’uso nella sua espressione artistica dei materiali che per secoli hanno accompagnato la vita delle donne – il filo, il tessuto, il ricamo – questa piccola donna è stata un’artista particolarmente apprezzata dalla cultura femminista.
“Maria Lai ha sempre lavorato in grande formato, che fosse il foglio, la parete, il paesaggio. Artista e donna difficilmente classificabile, amante del silenzio ma anche del dialogo, concreta e fortemente legata all’espressione della materia e nello stesso tempo astratta e concettuale. Per lei nessuna opera chiude un ciclo, esaurisce un progetto. Ogni opera è un tentativo molto serio, condotto con rigore, di fare arte“, dichiara la storica dell’arte Ersilia Agnolucci.
“Ogni opera è tale se trova i suoi lettori”, diceva Maria Lai. Con la performance “Legarsi alla montagna” del 1981, evento unico a cui partecipò tutta la comunità di Ulassai, suo paese di origine, creò uno dei primi esempi di arte partecipata, ridisegnando relazioni vecchie e nuove fra donne, bambini, pastori e anziani. Fu un evento unico, uno dei primi esempi di “arte partecipata”, ridisegnando relazioni fra le generazioni diverse della sua comunità.
“Pochi artisti come Maria Lai si sono occupati della fruizione dell’arte, di come l’arte debba essere collocata, di quanto l’arte possa educare. Ha attraversato in modo del tutto autonomo la Land Art, l’arte povera, ha precorso l’arte relazionale, si può dire che se ne è andata essendo contemporanea, non è mai stata artista della sua generazione, l’ha sempre oltrepassata”, conclude Ersilia Agnolucci.

