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Grosseto. “Secondo l’ultima indagine Istat sulle reti di solidarietà (dati 2024, pubblicata il 21 luglio 2026), in Italia ci sono oltre 12,3 milioni di caregiver: persone maggiorenni che assistono gratuitamente un familiare, un parente o un amico”.
A dichiararlo, in un comunicato, è Maria Claudia Rampiconi, responsabile delle politiche per le donne delle Pd di Grosseto.
“Il dato non è neutro e va scomposto: le donne svolgono questo tipo di attività nel 21,7% dei casi, contro il 17% degli uomini, un divario che non è una peculiarità nazionale isolata, ma colloca l’Italia tra i Paesi europei con lo squilibrio di genere più marcato in assoluto nel lavoro di cura – continua la nota –: secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, le donne italiane si fanno carico del 74% del totale delle ore di assistenza non retribuita, quinto posto in Europa dopo Albania, Armenia, Portogallo e Turchia, e oltre dieci punti percentuali sopra Francia (61%) e Germania (62%)”.
Informale vs professionale
“Qui che va fatta la distinzione più importante, quella che spesso i numeri complessivi nascondono: questi 12 milioni sono caregiver informali, che non ricevono compenso – prosegue il comunicato –. I collaboratori domestici e badanti regolarmente assunti in Italia (assistenza professionale retribuita) sono invece circa 800mila (dati Inps), a cui si somma un numero non quantificato di lavoro irregolare. La cura gratuita in famiglia resta quindi, e di gran lunga, la forma prevalente di assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia: per ogni badante regolare ci sono più di 15 caregiver informali. Il divario di genere emerge più chiaramente nei dati sull’uso del tempo: secondo l’ultimo Rapporto annuale Istat (dati 2023), una donna dedica in media 4 ore e 44 minuti al giorno a lavoro domestico e di cura non retribuito, un uomo 2 ore e 6 minuti, quasi il doppio, ogni giorno, per tutta la vita adulta. Il divario resiste anche nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano: le donne restano comunque a sostenere circa il 69% dei compiti familiari. E non è un carico che si redistribuisce quando manca il tempo: si somma, semplicemente, al lavoro retribuito”.
“Tradotto in valore economico, il lavoro di cura non retribuito svolto in Italia in larga parte da donne viene stimato oltre i 50 miliardi di euro l’anno di sussidio implicito al sistema di welfare, una cifra che non compare in nessun bilancio pubblico e che, di fatto, è generata gratuitamente dal tempo e dalla salute delle donne”, sottolinea la nota.
Il carico della “generazione sandwich”
“Un fenomeno distinto è quello di chi assiste contemporaneamente figli minori e genitori anziani. Secondo una ricerca Ipsos Doxa per Nuova Collaborazione (giugno 2026), questa fascia rappresenta ormai il 15% della popolazione italiana tra 25 e 75 anni, età media 46 anni – prosegue il comunicato -. Il 56% ha già ridotto o sospeso il lavoro almeno occasionalmente per necessità di cura. A pagare il prezzo più alto sono ancora una volta le donne: il 68% di quelle in questa fascia denuncia difficoltà frequenti nella gestione dei figli, con conseguenti rallentamenti di carriera, passaggi forzati al part-time o, nei casi più estremi, l’uscita dal mercato del lavoro. Una cinquantenne con figli da seguire e un genitore anziano da assistere si trova di fatto a sostenere tre lavori sovrapposti, quello retribuito, la gestione familiare, l’assistenza al genitore convivente o meno, con un rischio duplice: assentarsi più spesso dal lavoro e arrivare a quell’età fisicamente ed emotivamente esaurita. È una condizione che colpisce in modo sproporzionato le donne a ogni livello considerato finora: come caregiver informali, eventualmente amministratrici di sostegno e come parte della generazione sandwich. Il carico non si somma per caso sulle stesse persone: è l’effetto cumulativo di un welfare che, in assenza di servizi pubblici o risorse per un’assistenza retribuita, scarica sistematicamente il lavoro di cura sulla famiglia e dentro la famiglia, quasi sempre, su una donna”.
La richiesta di essere contati
“Proprio in questi giorni, il Coordinamento nazionale Cfu (Caregiver familiari uniti) ha lanciato la campagna #nonpiùsommersi, inviando 43 richieste di accesso civico generalizzato al Ministero del Lavoro, a tutte le Regioni e Province autonome e ai Comuni capoluogo di Regione, per capire come oggi le istituzioni raccolgano, o non raccolgano, dati sui caregiver familiari – prosegue Rampiconi -. Come sottolinea l’associazione, una stima statistica come quella Istat e un censimento amministrativo rispondono a scopi diversi: il primo descrive un fenomeno, il secondo serve a programmare servizi, allocare risorse e garantire diritti. I caregiver (LE caregiver, nella maggioranza dei casi), dicono, non hanno bisogno solo di essere stimati/e: hanno diritto a essere riconosciuti/e e censiti/e”.
Il quadro in Toscana
“A livello regionale i numeri confermano la pressione sul sistema familiare: in Toscana si stimano circa 86mila persone non autosufficienti a fronte di circa 45mila assistenti familiari regolari; tolti i 13mila ospiti delle Rsa, il resto dell’assistenza ricade sulle famigli – continua la nota -. Il 31 luglio 2025 il Consiglio regionale ha approvato la legge 55/2025, che riconosce formalmente la figura del caregiver familiare come componente informale della rete di assistenza”.
A Grosseto
“Dati specifici di provincia su caregiver o amministrazione di sostegno non risultano ancora disponibili in forma sistematica: questo è di per sé un segnale della lacuna informativa che l’associazione Cfu denuncia a livello nazionale. Il dato più recente riguarda il capoluogo: gli over 65 residenti nel Comune di Grosseto sono ormai quasi 22mila, con la fascia over 80 in aumento, mentre calano persone giovani e popolazione in età lavorativa; una dinamica che il Partito Democratico locale ha richiamato per chiedere più investimenti su assistenza domiciliare e sostegno alle attività di caregiving – termina il comunicato –. I numeri dicono che il tema riguarda milioni di famiglie, in maggioranza gestito da donne, e che a oggi resta in gran parte fuori da qualsiasi rilevazione sistematica sul lavoro”.

