“Il grano è morto” sotto il peso della concorrenza e delle riduzioni di prezzo e per questo motivo stamani centinaia di agricoltori si sono riuniti al casello A1 Valdichiana-Bettolle, in provincia di Siena, per mettere in scena il funerale di un prodotto che “deve essere tutelato perché rischia di scomparire.”
La protesta, con tanto di marcia funebre, carro e bara, è stata promossa da Confagricoltura, Cia, Apima e Cooperative, in rappresentanza degli agricoltori di Toscana, Umbria, Abruzzo e Lazio e ha visto la partecipazione di numerosi sindaci, tra cui anche quello di Grosseto, e istituzioni del territorio.
I numeri Istat e di Confagricoltura fotografano la realtà italiana. A fronte di una produzione nazionale di 4 milioni di tonnellate di grano duro, gli italiani ne consumano 3 tonnellate e le importazioni sono di 2,5 milioni. Invece le esportazioni, di granella e prodotti trasformati come la pasta, ammontano a 3,5 milioni di tonnellate. Altro discorso per il grano tenero, l’Italia ne consuma 7,3 milioni di tonnellate e la produzione è di 3 milioni. 4,5 milioni di tonnellate importate contro l’export di appena 200mila tonnellate.
“Oggi abbiamo celebrato il funerale del grano duro. Purtroppo – ha dichiarato Massimiliano Giansanti, vicepresidente nazionale di Confagricoltura, presente stamani alla manifestazione – l’andamento dei mercati mette in profonda crisi i nostri cerealicoltori del centro e sud Italia costretti a fare i conti un’economia dove le perdite accumulate nella coltivazione di questo prodotto sono superiori ai ricavi. Speriamo che questo momento possa passare velocemente perché stiamo vivendo il paradosso che oggi un agricoltore dà da mangiare a 200 italiani ma 200 italiani non riescono a dar da mangiare all’agricoltore. Questo non possiamo più permettercelo quindi è necessario oggi più che mai che la filiera del grano duro in Italia possa ritrovarsi intorno ad un progetto unitario che possa vedere gli imprenditori agricoli protagonisti al pari del settore dell’industria, come già ribadito nel recente convegno a Milano presso Aidepi. Ci auguriamo che con la costituzione della Cun, la Commissione Unica Nazionale, il ruolo della produzione primaria possa avere un adeguato riconoscimento in termini di prezzo nella valorizzazione del grano duro.”
“La manifestazione che si è svolta questa mattina, ovvero il Funerale del grano non poteva non vederci presenti, come sindaco di un Comune capoluogo e rappresentante istituzionale di un territorio che nell’agricoltura trova la sua principale, naturale e storica vocazione economica – afferma Vivarelli Colonna – .
Ho partecipato oggi a questa protesta per sottolineare, a gran voce, accanto a tanti colleghi, aziende, famiglie, lavoratori la catastrofica situazione in cui si trovano i produttori di grano di qualità, quello cioè fornito dalle nostre terre. Questa ‘catastrofe’ è figlia di una concorrenza spietata e delle continue riduzioni di prezzo e colpisce in modo particolare Grosseto, che nel contesto regionale e nazionale vanta numeri record.
Basti pensare che qui si registra il 30 per cento della produzione di tutta la Toscana, con 1,5 milioni di quintali a fronte dei 3,5 milioni di quintali di tutta la regione, per un volume di affari pari a 50 milioni di euro.
E la Toscana in Italia è la quinta Regione per la produzione del grano di qualità. Nell’intera area nazionale, poi, il danno arrecato ammonta a 700 milioni di euro e le importazioni dall’estero (aumentate del 10 per cento) hanno causato un calo del valore del grano pari al 45 per cento del prezzo.
Con due rischi possibili a breve, a livello nazionale: il taglio di 300mila posti di lavoro e la desertificazione di 2milioni di ettari di terreno, cioè il 15 per cento delle terre coltivate a grano in Italia.
Di questo dovrebbe rendersi seriamente conto il Governo, con il ministro Maurizio Martina che forse si è concentrato troppo su Expo e poco su questo disastro che incombe da tempo sulla nostra nazione. E che solo adesso, in extremis, è corso al capezzale dell’Unione europea per vedere di rimediare, ottenendo 10 milioni di euro: una goccia in un mare di problemi e difficoltà.
Così come irrisori, a mio avviso, sono i provvedimenti paventati per dare sostegno alle aziende agricole: su tutti il Decreto ministeriale nell’ambito dei contratti di filiera con aiuti fissati in 100 euro a ettaro per un massimo di 50 ettari e fino a un massimo di 15mila euro in tre anni; ma anche l’abolizione dell’Irpef agricola con l’abolizione del reddito agrario domenicale.
E poi il Disegno di legge sul caporalato. Fermo restando il fatto che siamo i primi sostenitori di una normativa che veramente possa combattere e reprimere certi fenomeni che vanno a ledere i diritti e la stessa dignità umana, ci pare sconcertante paragonare violazioni formali (come alcuni comportamenti sulla sicurezza o difformità lievi sulla busta paga) al reclutamento dei lavoratori in nero. Un’azienda agricola che già fatica a barcamenarsi nelle tante trappole tese dalla burocrazia non può essere vessata anche da una legge che mette sullo stesso piano il datore di lavoro che non fornisce le scarpe antifortunistiche a un’azienda che usa i caporali per il reclutamento della manodopera.
Questo è una realtà che va combattuta con altri mezzi e forme e il mondo agricolo deve poter lavorare con i giusti margini di autonomia e serenità nel rispetto sempre delle legge, ma pensando al territorio, alle sue peculiarità, alla bellezza e al valore di un patrimonio che può e deve essere conservato, curato, valorizzato al meglio, a vantaggio dell’economia locale e nazionale”.

