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Teatro delle Rocce: con “Milite ignoto” Perrotta dà voce ai soldati della Grande guerra

di Redazione
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«La faccia me la fece saltare un mortaio e la voce fu graffiata da schegge… Io sono uno, nessuno e tutti quelli saltati per aria, morti a fuoco, alla baionetta, asfissiati di gas e ghiacciati di freddo. Che tutti me li sento addosso e mi credo nei loro pensieri».

In questa frase si sintetizza forse l’opera di Mario Perrotta, “Milite ignoto. Quindicidiciotto“, in scena martedì 2 agosto, alle 21.30, all’ex miniera di Ravi Marchi per la stagione del Teatro delle Rocce.

In scena solo Perrotta, seduto sopra ai sacchi che si usavano per proteggere le trincee. Le gambe immobili, e il resto del corpo, il busto, le braccia, la testa, la voce, soprattutto la voce, in continuo movimento.

Perché Perrotta, con il suo Milite ignoto, riesce a dare vita a tutti i soldati d’Italia, uomini, ma anche ragazzi, venuti da nord a sud, contadini che non erano mai usciti dal loro villaggio. E li mette uno accanto all’altro, mille dialetti mischiati, incompresi dai compagni. Una babele di lingue di questa Italia che, appena nata, già andava in guerra, con quei soldati che più che italiani erano siciliani, toscani, piemontesi, sardi…

«“Milite Ignoto” racconta il primo, vero momento di unità nazionale – racconta Perrotta -. È, infatti, nelle trincee di sangue e fango che gli “italiani” si sono conosciuti e ritrovati vicini per la prima volta: ho immaginato tutti i dialetti italiani uniti e mescolati in una lingua d’invenzione, una lingua che si facesse carne viva. Ho provato a cucire insieme nella stessa frase quanti più dialetti potevo, cercando le parole che consentissero passaggi morbidi o fratture violente. Ne è venuta fuori una lingua nuova che ha regalato allo spettacolo un suono sconosciuto, ma poggiato sulle viscere profonde del nostro Paese».

Perrotta ricostruisce la Grande guerra partendo dal punto di vista degli ultimi, dei più deboli, di chi non è tornato o di chi lo ha fatto, ma cambiato in tutto, quasi da non sapere più chi era. Uomini, padri di famiglia, giovani ancora minorenni, Perrotta riproduce mille voci, mille pensieri, ma anche i rumori, le esplosioni, le mine, i carri armati… in uno spettacolo emozionante, coinvolgente e toccante.

«E chi scende da qui? Ci misi giorni di fatica e bestemmie a salire, tra cadaveri maleodoranti e rocce e grida di morte, ci misi l’orrore stampato negli occhi e il coraggio, tutto questo ci misi, tanto che adesso non scendo! Resto quassù. Che poi, se anche scendo, nessuno mi può riconoscere, che la faccia me la fece saltare un mortaio e la voce fu graffiata da schegge. E il mio nome sparì dalla testa quando fu il grande scoppio. Lo scoppio che tutti ammazzò qui all’intorno. Tranne me che, però, non so più chi sono. A volte mi paio uno, a volte un altro… Io sono uno, nessuno e tutti quelli saltati per aria, morti a fuoco, alla baionetta, asfissiati di gas e ghiacciati di freddo. Che tutti me li sento addosso e mi credo nei loro pensieri. Certo, delle volte penserò di sicuro coi miei veri sentimenti, ma non so quando. Perché io mi ignoro. Sono ignoto persino a me stesso, figurati al mondo! Ma io, il mondo, lo aspetto qui sopra, in trincea – tutto lo aspetto – che il mondo tutto è coinvolto. E questa è l’unica cosa che ricordo: che sono in guerra, una guerra enorme, mondiale addirittura e io – io che non so più chi sono, da dove vengo e chi mi ha messo al mondo; io sconosciuto anche alla sola madre che mi resta, la Madre Patria – io, per essa, la patria, giurai di morirmene, proprio come le altre 90.000 tonnellate di muscoli e ossa, morte prima di me. Io non scendo!»

Lo spettacolo è stato inserito tra gli eventi del programma ufficiale per le commemorazioni del Centenario della Prima guerra mondiale a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il costo dei biglietto per assistere allo spettacolo (Posto unico) è di 15 euro.

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