Home AttualitàStefania, lavoratrice Venator: “Eredi della miniera, difendiamo il nostro lavoro in fabbrica”

Stefania, lavoratrice Venator: “Eredi della miniera, difendiamo il nostro lavoro in fabbrica”

di Redazione
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Scarlino (Grosseto). Se c’è una parola che non fa rima con il termine “lavoro” ma che ne è suo riflesso, quella è “dignità”. E i lavoratori della Venator, industria chimica nella piana di Scarlino, stanno affrontando il prezzo di una crisi industriale che nessun ammortizzatore sociale possibile riesce ad attutire fino in fondo. Non c’è paracadute per i lavoratori dell’indotto che si sono trovati senza lavoro, non c’è soddisfazione per gli impiegati Venator (oltre 200) a rimanere a braccia incrociate da mesi, senza sapere se e quanto la fabbrica ripartirà.

Tra di loro c’è anche Stefania Toninelli, dipendente della Venator da 41 anni, che ha recentemente portato la sua testimonianza anche all’incontro della Cgil “Lavoro e Sviluppo” a Gavorrano: «Sono la più anziana, lavorativamente parlando, in servizio. Sono entrata nel 1983 ed avevo 19 anni. Ero una ragazzina inesperta e un po’ intimorita da quella grande fabbrica. Il mio primo impiego fu nel nostro laboratorio analisi, ero l’unica donna insieme a circa 50 uomini».

Da lì Stefania ha svolto più ruoli all’interno dell’azienda, crescendo come donna e come lavoratrice:.«Sono passata a lavorare in ufficio distribuzione prodotto per arrivare oggi in reparto manutenzione dove mi occupo della contabilità delle ditte appaltatrici che lavorano nella nostra fabbrica», ricorda Stefania.

Stefania è entrata quando la fabbrica era della Montedison e si chiamava Sibit (Società italiana biossido di titanio). Fu poi rilevata dalla Tioxide per passare ad Huntsman. Più recentemente è subentrato il gruppo Venator. «Sono cambiate le tecnologie, ma la vocazione produttiva è rimasta la stessa – dichiara Stefania -. Credo di poter dire, dopo tutti questi anni, di conoscere la storia di questa azienda nel suo profondo, così come delle persone che ci lavorano».

Dal primo giorno di lavoro al non sapere se ce ne sarà un altro

All’inizio, l’accesso all’area industriale del Casone avveniva attraversando la portineria della Solmine. «Ricordo il primo giorno di lavoro – racconta Stefania –, osservavo con stupore tutte quelle persone che, varcata la portineria, andavano al proprio lavoro. Solo nella nostra fabbrica si contavano circa 600 impiegati. Un numero che via via è diminuito negli anni, fino alla drammatica situazione attuale. Tanti di noi sono costretti a rimanere casa, in cassa integrazione straordinaria. La maggior parte a zero ore, con tantissimi lavoratori dell’indotto che non attraversano più il nostro cancello».

L’impianto del Casone non è semplicemente un luogo di produzione del biossido di titanio.

«Per la comunità di questa zona è molto di più – precisa -. In passato è stato la promessa di un futuro migliore per i minatori che si ritrovarono senza lavoro al momento della chiusura dei siti estrattivi della pirite. Ma è stato anche luogo di emancipazione economica e di crescita della consapevolezza della classe operaia. È stato luogo di formazione all’etica del lavoro per generazioni di tecnici e operai. Punto di riferimento per tante famiglie che avevano grazie a questa fabbrica una sicurezza sulla quale costruire un progetto per il proprio futuro e quello dei propri figli»

Stefania: «Siamo gli eredi ideali del mondo della miniera che ha cercato riscatto ed emancipazione»

Proprio alla storia di questo territorio, Stefania fa appello per guardare al futuro con orgoglio e rispetto. «Credo sia fondamentale ricordare a tutti, ma anche e a noi stessi chi siamo e da dove veniamo – rimarca Stafania – Ricordare che, nonostante i progressi della tecnologia e della cultura, siamo ancora gli eredi ideali del mondo della miniera. E lo dobbiamo essere con orgoglio».

La storia però può non bastare se chi investe su un territorio, non è adeguatamente determinato a tracciarne anche il rispettivo futuro. «Purtroppo, nonostante il riconoscimento all’azienda per gli investimenti importanti che ha fatto nel tempo sulle tutele ambientali e sulla sicurezza per i lavoratori, negli ultimi anni Venator Corporate si è progressivamente allontanata dal territorio – ricorda -. Di fatto non considerandoci più come suoi dipendenti. È stato un percorso lento, ma oggi chiaramente visibile. La controllata Venator italy è stata progressivamente abbandonata a sé stessa dalla capogruppo».

Ma c’è anche una nota positiva. «Grazie all’arrivo del nuovo amministratore delegato e del gruppo dirigente locale – scandisce Stefaniale cose sono indubbiamente migliorate sia dal punto di vista delle relazioni con i lavoratori che da quello con le istituzioni. Si sono impegnati e hanno fatto il possibile riuscendo ad ottenere risultati non del tutto scontati e di questo noi lavoratori li ringraziamo e ne siamo consapevoli».

«Una fabbrica sempre produttiva, pronta a tornare a generare utili»

«La nostra fabbrica – ribadisce Stefania – ha sempre generato utili per chi ne ha avuto la proprietà. Perché chi ci ha lavorato e chi ci lavora è stata una risorsa. I suoi lavoratori sono competenti e specializzati. Siamo noi, qui a Scarlino, a essere l’unico produttore di biossido di titanio in Italia e siamo in grado già da adesso di tornare a produrre e tornare a produrre anche i prodotti di nicchia come gli inchiostri che l’azienda ci ha progressivamente sottratto».

«Adesso siamo delusi, stanchi perché non lavoriamo da troppo tempo e dobbiamo fare i conti, quotidianamente, con la drastica diminuzione delle entrate in famiglia e la perdita del potere d’acquisto – racconta Stefania – Noi lavoratori sappiamo bene chi siamo e pensiamo che questa nostra fabbrica possa continuare a costituire un presidio produttivo sul quale costruire il futuro anche delle nuove generazioni».

«Per questo siamo determinati a continuare a lavorare nella nostra fabbrica al Casone di Scarlino, indipendentemente da quale sarà la proprietà – conclude -. Vogliamo difendere il nostro lavoro e una prospettiva di vita dignitosa della quale nessuno ha il diritto di privarci».

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