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Il caso Roselle, tra norme, dubbi ed errori di comunicazione

di Carlo Vellutini
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La vicenda del centro sportivo del Roselle Calcio ha tenuto banco sulla stampa per qualche giorno. Forse più perché non sono mancati i toni accesi tra il vicesindaco Paolo Borghi e l’assessore all’urbanistica Giancarlo Tei.

Al di là però di quello che può essere il tono della vicenda che ha coinvolto chiaramente anche la famiglia Ceri che, alla fine, in tutto questo si ritrova ad essere la parte debole e maggiormente danneggiata, occorre fare alcuni ragionamenti partendo sicuramente da un presupposto: l’eccessiva burocrazia e, soprattutto, scelte del passato evidentemente sbagliate rischiano di far perdere a Grosseto una struttura realizzata da un privato, ma che sarebbe comunque entrata nel patrimonio del Comune e, dunque, utile alla collettività.

La cosa che per chi segue dall’esterno la vicenda, senza entrare nel merito delle norme, e che colpisce l’osservatore è perché un progetto noto e pubblicizzato sulla stampa abbia subito una brusca frenata senza che, nessuno, prima, anche pubblicamente, avesse alzato un dito per dire che forse si era andati un po’ troppo avanti.

Mi spiego meglio. Fu Mario Ceri, durante la cena per la promozione della squadra, nel maggio 2015, ad annunciare davanti a 400 persone che nel paese sarebbe stato realizzato il centro sportivo. A quella cena ed a quella festa erano presenti il vice sindaco Paolo Borghi, il consigliere comunale – e segretario comunale del Pd – Saimo Biliotti ed il segretario provinciale del partito Marco Simiani.

Borghi, da sempre, è stato il grande sponsor del progetto rimarcandone la pubblica utilità, che, fra l’altro, per chi conosce l’attività del Roselle è evidente.

Nei giorni successivi sono andati in onda servizi televisivi sull’argomento e sono state scritte pagine di giornale con tanto di ricostruzione di quello che il centro sportivo sarebbe diventato. Il tutto con l’annuncio che nel giro di poche settimane i lavori sarebbero partiti. Se qualcuno ricorda, fu lo stesso Piero Camilli, prossimo a lasciare Grosseto, ad utilizzare sulla stampa l’annunciato centro sportivo per criticare il Comune e giustificare il suo distacco dalla città. Tutto questo portò la famiglia Ceri ad offrire all’ex patron di realizzare lui il loro progetto dichiarandosi disposta a fare un passo indietro.

La domanda dunque sorge spontanea: perché nessuno ha mai preso la parola pubblicamente per dire che c’erano delle norme che ostacolavano il centro sportivo, almeno nella tempistica di realizzazione? E qui è la risposta che, giustamente, la famiglia Ceri attende e, con lei, le decine di famiglie che hanno sposato il progetto Roselle per la prima squadra e, soprattutto, per il settore giovanile.

Qui, forse, la ragione di uno sfogo del presidente Simone Ceri contro la classe politica che è stato duro, ma che rispecchia una realtà in cui se ci sono stati errori la cosa più grave è stata la mancanza di comunicazione tempestiva, che è stata percepita dalla dirigenza come un regolamento di conti politico all’interno dello stesso partito.

Gli interessati assicurano che non lo è, ma questo è quello che la gente percepisce e, purtroppo, segna quel distacco dalla politica che è all’ordine del giorno e che dovrebbe far riflettere.

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