Agricoltura, la Cia traccia un bilancio del 2018: “Ennesimo anno da dimenticare per la Maremma”

Ennesimo anno da dimenticare, quello che si è appena concluso, per il settore agricolo maremmano, caratterizzato da pochi ambiti che registrano un lieve incremento, come quelli dell’olio e del vino, mentre gli altri risultano stazionari, se non in grave perdita”.

A dichiararlo è Claudio Capecchi, presidente della Cia di Grosseto, che traccia un bilancio del 2018 per quanto riguarda l’associazione e il comparto agricolo.

“A fronte della continua perdita di redditività per gli agrìcoltori, il 2018 registra non solo un aumento dei costi produttivi, ma la necessità di dover affrontare nuove sfide, come quella dei cambiamenti climatici, un aumento della burocrazia che mal si concilia con la mancanza di infrastrutture adeguate, forti squilibri nelle filiere che vanno ad arricchire le catene di distribuzione a danno dei consumatori e degli agricoltori – spiega Capecchi –, un mercato estero sempre più agguerrito, la mancanza di reciprocità tra gli stati membri, la lentezza dei contributi e degli indennizzi dovuti“.

“Nel dettaglio, sono due i settori che registrano un andamento positivo: quello del vino, con un + 15%, e quello olivicolo a marchio, con un + 20% – sottolinea il presidente della Cia -. A trainare i due settori la consapevolezza del consumatore che ha recepito la differenza tra prodotti certificati e garantiti e quelli provenienti da altri territorio. A godere di questo soprattutto ìl vino, che soffre meno di altri settore la concorrenza estera. Ancora qualche difficoltà in questo senso per il settore olivicolo, anche se stiamo investendo molto in comunicazione per valorizzare il prodotto a denominazione di origine. Per quanto riguarda l’allarme Xyella in Toscana, la situazione è sotto controllo e st tratta di una specie diversa da quella pugliese, che comunque è già stata circoscritta in un’area ben definita“.

“Ennesimo anno nero per la cerealicoltura, la cui remunerazione per gli agricoltori è in caduta libera. I dati nazionali raccolti confermano un· aumentata superficie seminata che però non si traduce in un aumento di produzione o di qualità. Segni negativi soprattutto per ìl grano duro, meno pesanti invece le perdite per il grano tenero e il mais – continua Capecchi –Bilancio negativo anche per la zootecnia, che paga gli alti costi dì produzione, la concorrenza estera e un calo della domanda interna. Leggero segno positivo per quelle carni locali provenienti da produzioni biologiche e di altissima qualità”.

“Capitolo a parte menta il settore ovi-caprino, che soffre del problema della predazione, delle disdette del ritiro del latte, del calo della domanda interna di carne di agnello – termina Capecchi -. Inoltre, il ritardo dei rimborsi dei danni da predazione e gli alti costi per mantenere in sicurezza le greggi aggravano un settore già fortemente in crisi”.

Aspettative dalla politica

C’è attesa per la legge di bilancio, ancora poco chiara e poco sensibile alle necessità del mondo agricolo – aggiunge il direttore della Cia di Grosseto, Enrico Rabazzie alla gestione della fauna selvatica, la cui presenza è totalmente fuori controllo. In merito al Per le aziende stanno facendo dei grossi investimenti, anche se non si riesce a concretizzare tutto nel modo più ottimale. Buone le risposte relativamente ai bandi che coinvolgono tutti i settori coinvolti nella filiera. Ora serve uno sforzo anche da parte della aziende affinché ci sia anche una crescita culturale, soprattutto sotto il profilo dell’innovazione“.

“Fondamentale rimane la questione delle infrastrutture, che stanno penalizzando le nostre aziende e aumentando i costi di produzione – spiega Gianfranco Turbanti, presidente provinciale dell’Anp-Cia -. Da non dimenticare la richiesta dell’adeguamento delle pensioni minime, un rafforzamento del sistema socio sanitario e l’impegno a non trascurare i servizi nelle aree marginali“.

“Come Confederazione auspichiamo e ci stiamo attivando per una maggiore cooperazione tra le associazione agricole. Invitiamo gli agricoltori ad associarsi e a fare squadra per poter far fronte ad un mondo sempre più competitivo e per dare forza alle richieste da fare agli Enti locali e alla politica in generale. Chiediamo che il Distretto rurale e il Polo agroindustriale non rimangano scatole vuote, ma strumenti di crescita per il settore e per tutto il territorio. Se così non sarà l’agricoltore avra sempre meno reddito e la scelta di chiudere l’azienda diventerà inevitabile – termina Rabazzi -. Va ricordato che la questione non riguarda solo chi lavora e vive di agricoltura, riguarda una scelta di vita, riguarda la sicurezza alimentare e ambientale ,dunque la nostra salute, riguarda il tipo di civiltà che vogliamo“.

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