Montemerano (Grosseto). Sabato 5 settembre, alle 18, alla biblioteca comunale di storia dell’arte di Montemerano, il giornalista e editorialista Bruno Manfellotto presenterà il suo libro “Voglio uccidere Mussolini. Vita e trame degli attentatori del duce”, edito da Laterza. Dialogherà con l’autore Maurizio Melani, ambasciatore e docente di relazioni Internazionali.
Il libro
Sono molteplici, tra il 1925 e il 1932, i piani segreti e gli atti per assassinare Benito Mussolini, su cui però mancava una riflessione complessiva, lacuna colmata dal libro di Bruno Manfellotto. Il primo attentato, organizzato dall’ex deputato socialista Tito Zaniboni, viene sventato a Roma dalla polizia segreta del regime il 4 novembre 1925. Nel ’26 sono tre i tentativi di attentato: il 7 aprile, a Roma, la nobildonna irlandese Violet Gibson spara al duce colpendolo di striscio al naso. L’11 settembre, sempre a Roma, l’anarchico Gino Lucetti lancia una bomba a mano contro l’auto del dittatore, provocando alcuni feriti, ma lasciando Mussolini illeso. Il 31 ottobre, a Bologna, l’auto del duce viene colpita da alcuni spari. Anche stavolta, Mussolini rimane illeso, ma un gruppo di fascisti si avventa su uno studente appena quindicenne, Anteo Zamboni, massacrandolo a colpi di pugnale. Tra il 1931 e il 1932, altri attentati e progetti sovversivi contro Benito Mussolini furono duramente repressi. Il libro di Bruno Manfellotto racconta le vicende personali degli attentatori, le trame, i fallimenti e le deboli alleanze dietro ogni piano.
Dice l’autore: “Mancava soprattutto una verità, nell’intreccio mai chiarito tra la spinta al gesto individuale degli oppositori e le dinamiche interne al fascismo. Su questi attentati ha sempre gravato il sospetto che fossero frutto di complotti o di provocazioni costruite ad arte. Mussolini era molto condizionato dai suoi uomini, quelli che per la presa del potere l’avevano aiutato nel lavoro sporco, un po’ li blandiva e un po’ li utilizzava. Divisi da faide interne, ogni ras aveva la sua milizia e la usava disinvoltamente. In realtà, dopo l’uccisione di Matteotti nel 1924, di cui Mussolini nel discorso del 2 gennaio 1925 si era assunto la piena responsabilità, il fascismo aveva creato il clima del delitto politico e lo aveva legittimato”.
L’ossessione del controllo diventa il cemento delle varie fazioni del Partito nazionale fascista per non far saltare il regime. E si arriva in breve tempo alle “leggi fascistissime”, varate tra il 1925 e il 1926: scioglimento delle associazioni e dei partiti di opposizione, controllo della stampa, introduzione della pena di morte (anche per la sola progettazione degli attentati), istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello stato, creazione della polizia segreta dell’Ovra.
“La transizione verso la dittatura si è conclusa – scrive Bruno Manfellotto -. In un anno e mezzo l’Italia diventa un altro Paese, che poggia sulla paura del formidabile apparato repressivo statale, sulla prudenza a salvaguardia del proprio lavoro e spesso su rassegnazione, scetticismo, amarezza. E dove l’intelligenza e il pensiero degli oppositori sono in carcere e al confino”.

