Presentati oggi, nel corso della 19^ Giornata dell’economia, i dati economici del Rapporto sulla struttura economia delle province di Grosseto e Livorno elaborato dal Centro Studi e Servizi della Camera di Commercio.
Al termine del 2020, la situazione mostra un tessuto imprenditoriale locale che sembra per adesso tenere numericamente l’impatto della crisi, ma animato da imprese con fatturati in calo, maggiormente indebitate rispetto all’immediato passato e con minore capacità di domandare lavoro, nel bel mezzo di una crisi fortemente asimmetrica con ricadute molto diverse fra i vari comparti. Sul futuro domina una grande incertezza generale aggravata dalle croniche carenze infrastrutturali.
Questo il quadro nel quale anche i territori di Grosseto e Livorno affrontano il percorso di ricostruzione nazionale del Pnrr: connettere le energie vitali del Paese che operano nelle amministrazioni centrali e locali, nelle aziende tecnologiche e nei territori attorno agli obiettivi e agli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è una grande sfida, un’impresa collettiva a cui tutti sono chiamati e richiede una profonda rivoluzione del government e una Pubblica Amministrazione in grado di favorire un “moto circolare dell’innovazione“.
“Per quanto ci riguarda, come sistema camerale – commenta il presidente Riccardo Breda – ci siamo, anzi ci siamo sempre stati: lo affermo con la convinzione che nasce dalle nostre performance quotidiane, da quella leadership tra le Pubbliche Amministrazioni che le Camere di commercio hanno conquistato nel campo della digitalizzazione. Confermo quindi oggi la volontà e l’impegno a partecipare a pieno titolo alla più grande sfida dopo quella della ricostruzione postbellica, ma non posso evitare, come rappresentante locale del mondo delle imprese e del lavoro, di sottolineare che la costa toscana ed in particolare le province di Grosseto e Livorno continuano a scontare storici ritardi infrastrutturali e che nemmeno il Pnrr sembra riconoscere come meritevoli di attenzione e di intervento specifico. Ritardi e carenze che bloccano ogni ipotesi di sviluppo, demotivano il tessuto imprenditoriale, mortificano i lavoratori, allontano definitivamente i giovani”
Certo, l’estate del 2020, grazie ad un turismo di prossimità sorprendente nei numeri, ha fornito linfa vitale ad un sistema stressato consentendo di contenere molto meglio di altri territori le ricadute negative. Altrettanto soddisfacente risulta, tutto sommato, la tenuta del mondo agricolo e la conferma di una certa ripresa delle imprese della calce e del cemento supportate anche dai benefici sostegni normativi, come il bonus facciate al “110%”.
“Ma non è una rassicurazione per il futuro – prosegue Breda –. La costa toscana da decenni soffre un gap infrastrutturale rispetto alla Toscana centrale che sembra dover perdurare. Per far ripartire l’economia non basta certo l’exploit di due mesi del turismo di prossimità, difficilmente tra l’altro ripetibile nel post covid, soprattutto per noi che partivamo da una situazione svantaggiata. Troppa incertezza per questo settore, così come per gli altri che hanno tenuto, figuriamoci per quelli in difficoltà: troppa incertezza in assoluto. Non ci abbagliano i confronti territoriali, né tantomeno l’aver in parte retto il primo colpo di questa crisi senza precedenti. Per affrontare l’immediato futuro stavolta servirà ben altro che pacche sulle spalle e vuoti incoraggiamenti da parte degli ottimisti di comodo: servono interventi concreti in una nuova fase delicatissima per la nostra economia ed il nostro futuro”.
Presentazione del rapporto 2021 sulla struttura economica di Grosseto – Sintesi dei dati
Dal punto di vista meramente numerico il tessuto imprenditoriale locale sembra tenere l’impatto della crisi: un andamento che a prima vista appare quanto meno sorprendente, data l’assoluta incertezza che tuttora grava sulle prospettive non solo economiche del Paese. Osservando gli andamenti delle province toscane, i territori affacciati sul mare e storicamente dotati di una contenuta “vivacità” imprenditoriale mostrano più degli altri una sostanziale tenuta nei numeri. Il 2020 si è poi caratterizzato per quello che abbiamo definito come “congelamento” dell’attività imprenditoriale, che ha portato ad un numero di iscrizioni e cessazioni estremamente ridotto: chi aveva intenzione di creare una nuova impresa ha preferito aspettare, chi aveva intenzione di cessare un’attività imprenditoriale ha probabilmente atteso dapprima la “normalizzazione” della situazione sanitaria, confidando poi nei provvedimenti governativi di sostegno alle imprese o anche nella cessione della propria attività.
Andando oltre i numeri della dinamica imprenditoriale è indubbio che il periodo di lockdown primaverile e le successive restrizioni all’attività di alcuni comparti abbiano lasciato e lasceranno il sistema economico locale (e non) più fragile: animato da imprese con fatturati in calo e maggiormente indebitate rispetto all’immediato passato, costrette a rivedere i piani d’investimento e, in definitiva, dotate di una minore capacità di domandare lavoro. Tali considerazioni non valgono tuttavia per tutte le imprese: per la sua stessa natura la crisi risulta fortemente asimmetrica mostrando, fin dai primi andamenti, ricadute assai diverse fra i vari comparti. Infatti concentra l’impatto negativo su alcuni settori e meno su altri, mentre su pochi altri ancora manifesta effetti addirittura fortemente stimolanti.
Ad un’analisi superficiale potrebbe sembrare che il primario possa essere annoverato tra i settori meno toccati dalle conseguenze economiche delle misure messe in atto per contrastare la pandemia da covid-19. Si può in effetti affermare che non ha subito il lockdown primaverile, né le successive restrizioni all’attività economica, così come le hanno subite solo marginalmente i settori a valle (manifatturiero e commercio alimentare), tanto che la domanda, sia interna sia estera dei prodotti di questa filiera, non solo ha sostanzialmente retto agli urti della crisi, ma ha fatto segnare un non inatteso aumento tendenziale. In definitiva, quello primario è il settore anticiclico per eccellenza, eppure alcuni suoi comparti quali l’agriturismo ed il florovivaismo hanno pesantemente subito i contraccolpi della situazione venutasi a creare.
A livello nazionale i consumi sono calati di oltre 10 punti percentuali; le vendite al dettaglio hanno subito una flessione mai rilevata in precedenza, che ha riguardato esclusivamente ed maniera pesantissima il comparto non alimentare, mentre quello alimentare ha visto crescere i propri fatturati. Il lunghissimo periodo d’incertezza ha fatto rimandare molte intenzioni di acquisto, mentre altre sono state rese difficoltose o a volte impossibili dalla limitata possibilità di movimento. Tali comportamenti di consumo erano già stati osservati nei precedenti momenti di crisi, ma in questo caso appaiono per certi versi amplificati: l’obbligo o la necessità di restare fra le mura domestiche ha portato all’enorme diffusione degli acquisti su internet, che nel 2020 hanno raggiunto volumi mai registrati.
In un settore che ormai da tempo vede assottigliarne le fila, le imprese operanti nel commercio sono diminuite né più, né meno degli anni precedenti. La crisi economica, tanto peculiare perché scatenata da un fattore esogeno all’economia stessa, ha semmai fornito un’accelerazione ai processi di modifica strutturale che erano già in atto: la riduzione del commercio al dettaglio tradizionale (in particolare se effettuato su piccole superfici), avvenuta a favore di quello fuori dai negozi, specialmente di quelle imprese che commerciano solo via internet. In questo contesto crescono tendenzialmente le unità locali, in particolare quelle con sede fuori provincia, segno evidente che le imprese più strutturate sono anche quelle che hanno retto meglio gli urti di una crisi senza precedenti.
Gli scambi globali di beni e servizi hanno pesantemente risentito dei contraccolpi derivanti dalle misure messe in atto da svariati Paesi per contrastare la pandemia: la caduta dei consumi interni osservata nella maggioranza dei Paesi sviluppati si è accompagnata all’emergere di inevitabili “colli di bottiglia” nelle filiere globali, tanto che le limitazioni alla circolazione delle persone ed al loro lavoro si sono presto trasformate in limitazioni alla circolazione di beni. Con alcune eccezioni: presidi sanitari, farmaci, prodotti alimentari e, più in generale, beni di prima necessità, hanno continuato a circolare come e forse più di prima. Per la provincia di Livorno, territorio con un forte grado di apertura verso l’estero, si calcolano variazioni ampiamente negative sia in termini di export sia di import ed entrambe sono in massima parte ascrivibili agli andamenti delle principali voci commerciate, ossia gli autoveicoli e prodotti energetici in entrata; prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio ed al comparto dei metalli in uscita. Anche la provincia di Grosseto, notoriamente dotata di una scarsa propensione all’export, archivia il 2020 con due andamenti moderatamente negativi, che paiono recuperabili in breve tempo dal sistema economico locale.
I comparti più colpiti dalla crisi economica sono stati quelli direttamente o indirettamente collegati al turismo. L’incidenza che l’economia generata da viaggi e vacanze ha sul Pil e sull’occupazione nazionale è sicuramente notevole, senza dimenticare il consistente giro d’affari generato da un lato dalle seconde case e, dall’altro, dai flussi turistici non rilevati dalle statistiche ufficiali. Sono mancati in massima parte i turisti con passaporto straniero ed altre importanti dinamiche hanno contraddistinto il 2020: l’impossibilità di raggiungere altre regioni almeno per qualche mese, ha costretto gli italiani ad un turismo “di prossimità” che ha premiato soprattutto le località naturalistiche (marittime in primis) a scapito delle città d’arte, il cui turismo è notoriamente trainato dagli stranieri. Molti degli italiani che avevano intenzione di recarsi all’estero hanno rinunciato, per poi dirottare verso destinazioni domestiche: nella propria o, quando possibile, in altre regioni. Ecco che molte località, in particolare quelle balneari (ed è il caso del nostro territorio), hanno registrato notevoli afflussi soprattutto nei mesi di luglio ed agosto, mentre nel resto dell’anno le strutture sono rimaste semivuote, se non addirittura chiuse. Va poi ricordata la non marginale fetta di popolazione che, impoverita della crisi economica, ha dovuto rinunciare a qualsivoglia vacanza, magari preventivata prima della pandemia. Rispetto agli anni passati, il bilancio dei flussi turistici è ampiamente in rosso e quanto si è perso non sarà più recuperabile.
Nel corso del 2020 è continuata e si è rafforzata la generalizzata tendenza alla crescita dell’ammontare dei depositi bancari, fenomeno già osservato negli anni precedenti. Fra le conseguenze intangibili che la pandemia ha prodotto c’è infatti quella di una forte e diffusa incertezza, che notoriamente si traduce in comportamenti prudenziali da parte di famiglie ed imprese. Aumenta dunque la propensione al risparmio, diminuisce quella al consumo, oltretutto depressa da una limitata possibilità negli spostamenti fisici (non a caso sono letteralmente decollati gli acquisti online); si riduce la capacità d’investimento delle imprese o si modifica, nell’emergenza, la pianificazione strategica precedentemente adottata verso l’adozione di interventi che tendano a contrastare il virus e/o rispettino le numerose norme emanate dal Governo. Le banche hanno comunque mantenuto politiche di prestito distese e le imprese hanno in parte utilizzato i prestiti per accumulare riserve cosicché il problema della liquidità, ritenuto quello più urgente nel periodo del lockdown, sembra essere superato (tranne forse nei settori turismo e ristorazione). Dal lato degli impieghi, con il 2020 s’inverte il preesistente e costante calo già peraltro quasi arrestatosi nel corso del 2019 e ciò si verifica in particolare per le imprese. In tal senso occorre ricordare la messa in circolazione di un notevole quantitativo di denaro pubblico destinato a varie categorie d’imprese in difficoltà, in forma di prestiti erogati dal sistema bancario e garantiti dallo Stato.
I dati e le dinamiche del mercato del lavoro mostrano il carattere straordinario e pervasivo dello shock indotto dalla pandemia e dal susseguirsi delle necessarie misure adottate per contrastarla. La natura selettiva delle azioni di contenimento e gli specifici ammortizzatori predisposti costituiscono un elemento di grande novità ed hanno inciso profondamente sulle dinamiche emerse a fine anno. In via generale prevale una certa tendenza alla contrazione della forza lavoro, fenomeno che interessa maggiormente il genere femminile, con il tasso di attività che risulta tendenzialmente in calo rispetto all’anno precedente. Il numero di occupati presenta un calo preoccupante in Toscana, in Italia e, seppur in maniera assai meno evidente, a Livorno, ma non a Grosseto, dove si registra una lieve crescita. Le flessioni si sono concentrate soprattutto tra i dipendenti a termine e, in misura inferiore, tra gli indipendenti, a fronte di un incremento dello stock di dipendenti a tempo indeterminato. Tali dinamiche hanno tuttavia impattato in maniera asimmetrica sui singoli territori: gli effetti delle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria si sono combinati con specifici andamenti settoriali (e di filiera) e con le caratteristiche uniche del tessuto economico di ciascun territorio: l’impatto è risultato diverso anche a seconda della distribuzione delle imprese e dei lavoratori nei vari settori economici.
In generale, il calo di occupati ha interessato maggiormente i servizi e l’impatto di questa perdita occupazionale, al di là del valore della variazione, diviene ancor più evidente tenendo conto del fatto che nel settore si concentra circa il 70% dell’occupazione complessiva. L’apparente maggior tenuta del bacino occupazionale dell’industria potrebbe essere in parte dovuta al blocco dei licenziamenti ed alla possibilità di accesso alla Cig-covid, così come alla minor presenza di attività produttive più frequentemente e più lungamente soggette a sospensione dell’attività. Diversamente, le citate misure non sembrano essere riuscite ad evitare una significativa contrazione occupazionale nei servizi, nonostante la presenza di diversi comparti economici con occupati che svolgono professioni “potenzialmente” esercitabili da remoto. L’agricoltura mostra una maggior resilienza del proprio bacino occupazionale, probabilmente per effetto dei mancati blocchi alle attività connesse con i servizi essenziali ed alle diverse misure di sostegno all’occupazione del settore attivate dal Governo.
Il dato sugli occupati è d’altro canto “viziato” dalle già menzionate misure governative, ecco che l’analisi delle ore lavorate/unità di lavoro a tempo pieno effettivamente impiegate consente di ottenere una fotografia più nitida della situazione. In provincia di Livorno le unità di lavoro impiegate sono diminuite del 10,2%, valore in linea con il dato nazionale, mentre in Maremma il calo è stato solo leggermente più contenuto (-9,4%). Il minor impiego del fattore lavoro ha interessato tutti i settori economici ma in maggior misura industria e servizi.
Le attività produttive operanti nell’area di interesse della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno hanno generato, secondo stime Prometeia, una ricchezza di valore superiore a 11,6 miliardi di euro, circa un miliardo in meno rispetto al 2019. Il valore aggiunto ha subito una contrazione tendenziale del 7,9% a Livorno, dell’8,6% a Grosseto, da confrontarsi col -9,0% della Toscana e con il -8,6% dell’Italia. Al di là dei numeri, si è toccato il punto di minimo degli ultimi 10 anni, con un ammontare di ricchezza prodotta che risulta, per tutti i territori in esame, poco al di sotto di quella rilevata nel 2013. Le previsioni per il 2021 indicano solamente un parziale recupero di quanto perso, mentre il gap sarà probabilmente colmato l’anno successivo.
Anche per quanto concerne reddito e consumi, dopo la batosta subita, è atteso un rimbalzo che riporterà ai livelli ante pandemia nel volgere del successivo biennio. L’incertezza percepita ha spinto una buona parte delle famiglie a non tradurre in consumi il reddito disponibile; per i meno fortunati il problema addirittura non si è posto: coloro che hanno potuto contare solo su forme di sostegno al reddito o chi già versava in condizioni di povertà. La pandemia probabilmente acuirà le disuguaglianze preesistenti, anche a seguito del più veloce recupero delle eventuali perdite subite dai soggetti più abbienti contro la prolungata permanenza in stato di difficoltà delle fasce più deboli della popolazione. Su queste ultime l’impatto non ha solo natura contingente bensì è ragionevole pensare a conseguenze di medio-lungo termine, soprattutto in assenza di tempestive ed adeguate politiche governative.
Il 2020 ha senza dubbio stravolto il mercato del lavoro e non tutte le conseguenze osservate saranno archiviate come effetti a breve termine: il processo di digitalizzazione è stato accelerato e risulterà irreversibile; imprese e lavoratori hanno scoperto pro e contro dello smart working e di nuove forme di organizzazione del lavoro (che in parte si stabilizzeranno); è emersa con forza la necessità di nuove competenze e nuovi profili professionali verso cui si concentreranno imprese e lavoratori. In questo contesto è stato notevole l’impulso alla realizzazione di nuovi prodotti e servizi e sono mutati gli stessi processi di recruiting e ricerca di lavoro.
Il rapporto che presentiamo risulta per scelta fortemente ancorato al contesto locale, ciò non toglie però che sia più che mai animato da frequenti richiami, considerazioni e rilevi verso i più ampi ambiti territoriali: da quello regionale a quello nazionale, per giungere a quello mondiale.
La nota situazione pandemica e gli effetti da essa prodotti sul contesto economico e sociale hanno imposto agli organi politici, a tutti i livelli ed in tutti i territori, di riconsiderare radicalmente, per non dire stravolgere, le filosofie che avevano guidato le strategie degli ultimi decenni. La stessa politica economica dell’Unione Europea ha bruscamente virato verso nuovi obiettivi impensabili fino a poco tempo fa. Obiettivi che a tutti i Paesi coinvolti, soprattutto a quelli che come l’Italia maggiormente necessitano attenzioni e cure, richiedono visione Politica, approcci di sistema, modalità operative, controlli e tempi attuativi profondamente diversi rispetto al passato; in estrema sintesi ciò comporta un repentino e diffuso cambio di passo del modo di essere e di agire.
Connettere le energie vitali del Paese che operano nelle amministrazioni centrali e locali, nelle aziende tecnologiche e nei territori attorno agli obiettivi e agli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è un imperativo a cui l’Italia non può certo tirarsi indietro, anzi è un metodo di lavoro che si impone perentoriamente senza possibilità di scelta. L’attuazione del Piano è una grande sfida, un’impresa collettiva a cui tutti i diversi soggetti sono chiamati che richiede una profonda rivoluzione del government e una Pubblica Amministrazione in grado di favorire un “moto circolare dell’innovazione” avvolgente e coinvolgente-
Link al rapporto in forma integrale : https://www.lg.camcom.it/pagina1753_studi-e-ricerche.html

