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Rubano auto, le smantellano e rivendono i pezzi: sgominata banda criminale

di Redazione
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A seguito di un’attività investigativa delegata dalla locale Procura della Repubblica, su disposizione del Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Grosseto, nei giorni scorsi sono stati eseguiti sette provvedimenti di misura cautelare nei confronti di altrettante persone per i reati di associazione a delinquere finalizzata, a vario titolo, a organizzare il reperimento, il trasporto, lo smontaggio e il commercio in favore di altre persone di veicoli rubati in Lombardia, Veneto e  Calabria, oltre alla soppressione e alla distruzione di targhe automobilistiche, telai e di documenti di circolazione.

Gli uomini finiti in manette sono un 49enne nato a Milano e residente nel capoluogo lombardo, ma domiciliato a Gavorrano; un 46enne nato a Crotone, residente a Milano e domiciliato a Gavorrano, un 46enne nato a Palermo e residente a Milano; un 47enne nato a Reggio Calabria e domiciliato a Trezzano sul Naviglio; un 42enne nato da Milano e residente a Cilavenga, in provincia di Pavia; un 44enne e una 24enne, entrambi nati a Milano

L’attività di esecuzione delle misure cautelati si è concretizzata a Milano, Treviso, Isola delle Femmine (in provincia di Palermo), Careri (in provincia di Reggio Calabria), Cirò Marina (in provincia di Crotone), con il supporto del Compartimento Polstrada Lombardia, il Commissariato di Bovalino e le Stazioni dei Carabinieri di Ciro’ Marina e dell’Isola delle Femmine.

L’indagine effettuata dalla squadra di Polizia giudiziaria della sezione della Polizia stradale di Grosseto, con il contributo di personale qualificato dei distaccamenti di Arcidosso e Massa Marittima,  è scaturita a seguito di un controllo amministrativo effettuato qualche tempo fa da personale dipendente il distaccamento di Massa Marittima, presso la ditta di autodemolizioni “F & M”, situata in località “Merlina”, nel Comune di Gavorrano..

La ditta appartiene ad una 25enne nata a Milano e ad un 21enne, anch’esso originario del capoluogo lombardo.

Lo sfasciacarrozze era gestito in realtà da due uomini, entrambi pluripregiudicati per reati specifici e contro la persona.

Al momento del controllo, erano presenti all’interno dell’area i due gestori di Milano, tra cui la figlia di uno dei due pregiudicati, e un  operaio con contratto a chiamata.

A seguito dell’ispezione della Stradale, dopo aver verificato la presenza di parti di veicoli di recentissima costruzione, privi di danni apparenti, veniva intrapresa un’indagine infoinvestigativa basata su appostamenti e pedinamenti, il cui risultato faceva presupporre un’attività illecita posta in essere dai soggetti suddetti.

In particolare, veniva rilevata parte di una targa accuratamente sezionata, in realtà abbinabile ad un veicolo rubato a Milano. Accertato che la ditta era utilizzata anche per presumibili attività di riciclaggio, la Stradale inviava un’informativa alla locale Autorità Giudiziaria, che autorizzava l’intercettazione delle utenze telefoniche degli indagati, oltre a riprese video della ditta effettuate da personale specializzato con apposite strumentazioni tecniche.

L’attività posta in essere dagli investigatori della Polizia Stradale di Grosseto ha fatto emergere una banda criminale dedita, con professionalità e alta competenza, alla realizzazione di attività criminali.

In particolare, i soggetti appartenenti all’associazione criminale risultano provenire dall’hinterland milanese.

Tutte queste persone, ad eccezione di una donna, risultano essere pregiudicati per reati specifici anche commessi in concorso tra loro in Lombardia.

I componenti della banda hanno precedenti per attività di clonazione di auto, riciclaggio, truffe ad assicurazioni, ricettazione, furto aggravato e uno di essi anche per associazione di stampo mafioso.

Struttura organizzativa

I due pregiudicati, di fatto i titolari dello sfasciacarrozze, si erano trasferiti in Maremma dall’agosto del 2014 per esercitare l’attività apparentemente lecita di autodemolizione, ma in realtà per continuare l’attività di riciclaggio di veicoli che già veniva effettuata in Lombardia.

Il ripiegamento in Toscana è stato senz’altro effettuato per trapiantare un metodo già ampiamente “collaudato” nel milanese, dove però non poteva essere ripetuto a lungo a causa delle indagini in corso e dell’emissione di molteplici ordinanze cautelari.

Un ruolo dirigenziale della banda era tenuto dai due titolari di fatto dell’autodemolizione “F & M”: il primo nato a Milano, il secondo di Crotone, che sono stati individuai come capi.

Sono questi due soggetti che hanno competenza, disponibilità economica, capacità e possibilità di “trasformazione del prodotto”.

Gli altri appartenenti alla banda, residenti in Lombardia in qualità di “operai”, di provata esperienza, affidabilità e competenza, hanno il compito di reperire i veicoli richiesti  da sottoporre a smembramento, condurli in Maremma, a Gavorrano, presso l’autodemolizione per le successive operazioni.

Modus operandi

Attraverso i soggetti residenti in Lombardia, venivano trovati veicoli rubati.

Il reperimento dei mezzi avveniva a seconda delle richieste di “mercato”, riguardava generalmente veicoli di piccola/media cilindrata, di grande diffusione nel panorama nazionale, in buono/ottimo stato con percorrenze chilometriche irrisorie.

Gli operai, per mezzo di un’apposita chiave forgiata su un pezzo di acciaio temperato, duplicavano  il calco della chiave madrem, creando di fatto un passpartout.

Tale utensile, inserito nel blocchetto di accensione, permetteva di rompere la protezione passiva del blocca sterzo e di avere quindi la possibilità di condurre il veicolo, che veniva messo in moto grazie ad una centralina vergine che andava a bypassare quella originale, permettendo così l’accensione.

Il veicolo veniva trasportato in Toscana e lasciato in sosta, come da accordi tra le parti, in strade pubbliche ubicate nel raggio di 3, 4 chilometri dalla ditta.

Successivamente, i due capi dell’organizzazione le conducevano nel luogo dell’autodemolizione per procedere allo smontaggio.

Qui, il sabato pomeriggio, quando l’azienda era chiusa al pubblico, anche con l’ausilio di soggetti esterni alla banda, ma consapevoli dell’illecita provenienza dei mezzi, i veicoli venivano posizionati sul ponte sollevatore,  sottoposti a smontaggio, ad asportazione delle parti contraddistinte da numeri identificativi, per mettere in commercio i singoli pezzi.

Lo smontaggio avveniva in tempi rapidissimi, grazie alla provata e collaudata sinergia tra i soggetti facenti parte della banfa, dove ognuno, rispettando il preciso compito assegnato, si muoveva mostrando sicurezza nei gesti e provata esperienza.

In particolare, i veicoli, dopo essere stati ridotti a carcasse, venivano condotti con il muletto nell’area a cielo aperto antistante l’officina in attesa dello smaltimento.

I due “capi” dell’autodemolizione, nella fase finale provvedevano poi all’imballaggio ed alla successiva vendita delle parti meccaniche, dopo averle  rese  non identificabili tramite la molatura dei numeri seriali.

I partecipanti all’associazione criminale, al fine di eludere eventuali intercettazioni, con la necessità di scambiarsi per telefono e in apparente sicurezza informazioni e notizie utili per l’attività illecita, utilizzavano un preciso codice di comunicazione che, grazie all’acume investigativo, è stato prontamente decodificato.

Gli stessi, infatti, durante le conversazioni finalizzate a programmare l’attività illecita, erano soliti usare termini preventivamente scelti al fine di indicare la disponibilità o meno di veicoli o parte di essi da “trattare” senza mai usare il termine proprio.

L’utilizzo di un codice preordinato è la dimostrazione inequivocabile dell’esistenza di una  puntuale e collaudata rete organizzativa e dell’esistenza di un accordo tacito e di una banda criminale che si è andato affinando nel tempo.

Gli incontri tra i due soggetti titolari di fatto dell’autodemolizione e i soggetti che abitavano in Lombardia avvenivano con cadenza a volte pianificata, a volte no.

Sostanzialmente, gli incontri avvenivano per la consegna di veicoli rubati e per la riscossione di quanto dovuto per le consegne già effettuate.

Le telefonate e gli sms tra i soggetti coinvolti nell’attività di trasporto e i due capi dell’autodemolizione situata a Gavorrano avvenivano affinchè nulla fosse lasciato al caso e la consegna avvenisse in modo puntuale e preciso.

Una particolarità dei rapporti telefonici era data dal fatto che le conversazioni via cellulare erano sintetiche al fine di scongiurare possibilità di intercettazioni.

Le parti programmavano minuziosamente i viaggi, evidenziando in anticipo e con precisione gli orari degli spostamenti e informandosi anche in ordine alle modalità di rientro.

Da parte dei capi c’era ’l’interessamento a conoscere che nessuno avesse avuto problemi di sorta durante il rientro dalle “spedizioni”.

In alcuni casi, i capi che si trovavano a Gavorrano, inviavano tramite sms ai soggetti di Milano un prospetto preciso con l’orario dei treni per il viaggio di ritorno.

Tutti erano a conoscenza di tutto circa i viaggi effettuati per la consegna dei mezzi da “cannibalizzare”, anche coloro che non partecipavano personalmente alle singole “trasferte”.

La professionalità dei soggetti coinvolti era di alto livello tecnico; dalle attività infoinvestigative effettuate dalla Stradale è risultato che, in alcune occasioni, il veicolo reperito non aveva le caratteristiche richieste (ad esempio, diverso anno di immatricolazione) e, in alcune occasioni, i capi avevano rifiutato il mezzo individuato.

Nell’area oggetto del sequestro veniva rinvenuta un’impressionante mole di materiale costituito da numerosissime parti elettroniche, di carrozzeria, di interni e meccaniche riferibili a veicoli delle più svariate marche.

Molti dei pezzi trovati nell’area della F & M autodemolizioni, come airbag, cambi, organi propulsori, scatole di cambio di velocità, risultavano avere i numeri di identificazione abrasi. Per molti di essi si è potuta appurare l’appartenenza a veicoli oggetto di furto, prevalentemente a Milano.

Anche dopo il sequestro dell’area e l’arresto dei due capi, i restanti soggetti non hanno cessato di mantenere in piedi il sodalizio, da oggi raso a zero grazie all’operazione della Polizia Stradale

In alcune intercettazioni telefoniche risulta chiaro che, nonostante la piena conoscenza dell’avvenuta chiusura della ditta di Gavoranno, gli stessi meditavano di ripetere l’attività in altre parti d’Italia, ricercando quindi soggetti idonei economicamente e strutturalmente al riciclaggio di veicoli.

Furto costruito a tavolino

Tra i veicoli reperiti per effettuare le attività illecite, ve n’era uno che è stato oggetto di furto costruito “a tavolino”.

A fine gennaio scorso, è stato trovato un veicolo Volkswagen Transporter nero, condotto all’interno dell’autodemolitore (Il veicolo non è più uscito dalla ditta).

Gli investigatori, attraverso i sistemi info investigativi esistenti, hanno ricercato documentazioni attestanti l’avvenuto furto del mezzo, ma invano.

Solo circa due settimane dopo dall’ingresso del mezzo nell’autodemolitore, il furto del veicolo risultava denunciato dal proprietario, il quale, in sede di denuncia, attestava falsamente di aver subito il furto il 6 febbraio.

L’escamotage, oltre a permettere al proprietario di ottenere un “sicuro ristoro economico” dall’organizzazione, permetteva alla stessa di effettuare un trasferimento tranquillo.

Qualora, infatti, fosse stato fermato dalle forze dell’ordine durante il tragitto dalla Lombardia alla Maremma, lo stesso sarebbe risultato pulito.

L’indagine

La Polizia Stradale di Grosseto, in tempi rapidi, è riuscita a smantellare un’organizzazione criminale che per anni ha svolto attività di riciclaggio in Lombardia e in altre parti d’Italia e che, spostandosi in Maremma, riteneva di poter creare, magari fidando sulla possibilità di essere oggetto di meno pressioni delle forze dell’ordine, lo stesso metodo lavorativo realizzato prevalentemente al Nord.

L’impresa criminale  aveva assunto un alto livello di competenze anche in campo informatico e di marketing.

La F & M si avvaleva infatti anche di un sito internet, dove pubblicizzava l’attività “di superficie” svolta, offrendo alla clientela la possibilità di acquisto online di una vasta gamma di ricambi usati e soprattutto di organi motore.

Il sito è stato poi oscurato.

Il consistente numero di veicoli (circa 12) ordinati dai capi in soli tre mesi evidenzia la portata criminale dell’organizzazione, la quale aveva sicuro interesse di implementare le proprie potenzialità attraverso il reinvestimento del capitale ottenuto con la vendita di pezzi rubati.

La vendita dei pezzi doveva portare ad un lucro ed un guadagno almeno quattro volte superiore rispetto al veicolo reperito.

Il danno creato ai clienti e alle compagnie assicurative è stato enorme, in considerazione dei luoghi di residenza dei soggetti derubati, nonchè tenuto conto dell’anno di immatricolazione dei mezzi, tutti assicurati contro il furto.

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