Dal 30 giugno scorso professionisti e imprese devono, quando richiesto e quando la transazione supera i trenta euro, accettare il pagamento a mezzo bancomat o carta di credito.
Di conseguenza, tutti avrebbero dovuto dotarsi di un POS. E’ innegabile come questo non sia avvenuto.
“In mancanza di incentivi per chi si fosse adeguato, di sanzioni per gli eventuali inadempienti e senza alcun intervento sui costi – dai 10 ai 15 euro mensili quello del noleggio e dello 0,80 all’1,50 la percentuale sulla transazione – tale risultato era pressoché inevitabile. Si è riproposta, ancora una volta, la confusione e l’approssimazione tipicamente italiana, con gli operatori interessati costretti come sempre ad arrangiarsi.
Con più attenzione e meno improvvisazione – questa è stata la critica immediata di Rete Imprese – si sarebbe potuto disporre un’applicazione progressiva del pagamento elettronico, magari prendendo a base il fatturato – una limitazione che esonerava i soggetti con fatturato annuo inferiore a 200mila euro, opportunamente prevista, è stata purtroppo accantonata –; definire una soglia più elevata – almeno 50 euro – e magari favorire – attraverso accordi quadro tra operatori finanziari, associazioni di categoria e consumatori –, una riduzione dei costi e degli oneri posti in capo agli utilizzatori.
Per non parlare della disponibilità dei dispositivi di pagamento: ma siamo proprio certi che le banche sarebbero state in grado di garantire, in tempo reale, la richiesta di migliaia di apparati POS ?
A distanza di circa sette mesi, a fronte di un flop previsto e annunciato, anziché raccogliere le indicazioni e le richieste delle Associazioni alcuni senatori (Aiello, Gentile, Bilardi e Di Giacomo) hanno presentato un disegno di legge che a fronte dei maggiori costi sostenuti da chi si è nel frattempo adeguato, non dispone un credito di imposta ma solo la possibilità di detrarre, questi ultimi, dall’imponibile reddituale.
Per gli inadempienti, invece, è prevista una sanzione che partendo da un minimo di 500 può raggiungere anche i 1.500 euro e, in caso di inadempienza reiterata, dispone addirittura la sospensione dell’attività.
L’aspettativa delle categorie interessate era quella di un intervento legislativo in grado di rimuovere le criticità riscontrate: dall’obbligo di dover consegnare (in ogni caso) la merce al cliente, all’introduzione di un trattamento differenziato per scaglioni di reddito e una serie di incentivi concreti a favore delle imprese.
La condizione di grande arretratezza che il nostro Paese sconta nell’uso della moneta elettronica, infatti, non è certo da ascrivere agli operatori del settore”.
Stime attendibili (Consorzio Bancomat, ABI, Banca d’Italia e Federdistribuzione) dicono che, attualmente, circa l’87% dei pagamenti viene effettuato in contanti. Solo 31 operazioni annue pro capite sono effettuate con strumenti alternativi (il 33% di una media europea che raggiunge 93 operazioni).
Tutto ciò, nonostante l’imponente numero di dispositivi di pagamento oggi in circolazione – 33 milioni di carte bancomat; 22 milioni di carte di credito e 18 milioni di carte prepagate –: il 63,6% famiglie italiane è provvisto di carte di debito e il 31,6% dispone di carte di credito.
Rete Imprese Grosseto invita i parlamentari locali a non sottovalutare la reale portata del problema e gli effetti che l’eventuale approvazione della norma potrebbe produrre.

