Home GrossetoFemminicidio, il Pd: “Bisogna lavorare sul ‘prima’ per modificare schemi culturali”

Femminicidio, il Pd: “Bisogna lavorare sul ‘prima’ per modificare schemi culturali”

di Redazione
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Grosseto. “C’è una grammatica che precede ogni gesto, ed è quella che ieri sera, alla Festa dell’Unità di Grosseto, ho provato a mettere al centro del dibattito su femminicidio, discriminazioni e odio online, aprendo i lavori come responsabile delle politiche di genere della segreteria dell’Unione Comunale del Pd, un’occasione e una tematica a cui Marco Simiani, segretario comunale dell’Unione, ha voluto riservare uno spazio non di circostanza. Non ho dovuto cercare lontano gli esempi”.

A dichiararlo è Claudia Rampiconi, responsabile delle politiche di genere della segreteria dell’Unione Comunale del Pd di Grosseto.

“Proprio ieri, mentre preparavo l’intervento, le agenzie battevano la notizia di Lorena Isceri, rapita, chiusa nel bagagliaio e gettata da un viadotto a Barberino del Mugello dal suo ex compagno, che poi si è tolto la vita: e già nelle prime ricostruzioni circolava il suo ultimo messaggio social, ‘sarò tuo anche se non posso più esserlo’ , riportato quasi come una dichiarazione d’amore, quando è la sintassi esatta del possesso – continua Rampiconi –. Nello stesso giorno, a Finale Ligure, un uomo ha ucciso moglie e figlio prima di uccidersi: raccontato come ‘tragedia familiare’, ‘duplice omicidio-suicidio’, ‘follia dell’orrore’: un lessico neutro, quasi meteorologico, che affida al caso ciò che ha invece un nome e uno schema. È esattamente ciò che il Manifesto di Venezia chiede ai giornalisti di correggere da anni: non solo evitare il ‘raptus’ o il ‘troppo amore’, ma smettere di raccontare come destino ciò che è, quasi sempre, l’esito prevedibile di una relazione di possesso. E qui arriva il punto che più mi sta a cuore: nessun braccialetto elettronico, nessuna misura calata dopo che la violenza è già accaduta, può bastare da sola”.

“Si interviene tardi se si interviene solo dopo. Il lavoro serio è sul ‘prima’, sugli schemi culturali che rendono normale, spiegabile, quasi comprensibile, ciò che dovrebbe restare inaccettabile fin dalla prima avvisaglia. Per questo il cambiamento che chiediamo non riguarda solo le aule dei tribunali, ma le redazioni, i social, il modo in cui, ogni giorno, decidiamo cosa raccontare e con quali parole. Ed è la stessa ragione per cui il femminicidio non si può leggere come un discorso a parte: ogni discriminazione cammina in compagnia delle altre, e solo tenendole insieme se ne comprende il disegno – termina Rampiconi -. Un ringraziamento di cuore a chi è intervenuto al dibattito con me, Sara Ferrari, Filippo Sensi, Ylenia Zambito, Vittoria Doretti, Alessandra Nardini e a Margherita Ambrogetti Damiani, che ha magistralmente condotto l’incontro. È stata una serata di grandi e importanti riflessioni”.

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