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CineVisioni: la recensione di Bridget Jones’s Baby

di Luca Ceccarelli
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Ritorna Bridget Jones, a dodici anni dalla sua ultima apparizione cinematografica con Che pasticcio Bridget Jones!.

E come sempre la protagonista è Renée Zellweger (che in effetti viene ricordata per i due Bridget Jones più che per le sue altre apparizioni sul grande schermo, che non hanno lasciato il segno).

Bridget festeggia il suo quarantatreesimo compleanno, come al solito da sola e rimproverata da sua madre, che le ricorda che l’orologio biologico sta scandendo le ultime ore, un incubo da Fertility Day.

La sempre-single cerca rifugio nelle colleghe più giovani della stazione televisiva per cui lavora, traendone giovamento in termini di leggerezza ed orientamento al divertimento, ma constatando anche il gap generazionale, impossibile da mascherare.

Ma proprio seguire l’anchorwoman Miranda (Sarah Solemani, viene dal mondo delle sitcom e si vede), che la porta ad un festival rock, si rivelerà chiave per la svolta del film e per la vita di Bridget.

Dopo un cameo di Ed Sheeran, che non poteva che suonare Thinking Out Loud, Bridget si ritrova a letto con l’appena conosciuto Jack (Patrick Dempsey, il bel Dr. Derek Shepherd di Grey’s Anatomy), storia di una notte.

Vivremo poi l’incontro con l’ex Mark (Colin Firth, tante le sue interpretazioni ma su tutte quella ne Il discorso del Re, che gli è valso l’Oscar), il progressivo riavvicinamento e soprattutto una notte di sesso, quella che farà dubitare Bridget della paternità del bimbo che, scoprirà, si porta in grembo e dà il titolo a questa pellicola.

Bridget Jones’s Baby è un chiaro tentativo di rinverdire i fasti di un personaggio molto amato dal grande pubblico. E l’operazione è condotta identificando innanzitutto il pubblico di riferimento, ovvero quello femminile. Sia la scelta delle battute sia, soprattutto, quella dei protagonisti maschili, è rivolta chiaramente verso le spettatrici in rosa. Si aggiunge a questo un product placement molto aggressivo ed evidente, Apple su tutti.

Sebbene ben orchestrata dal punto di vista commerciale, l’operazione alla prova dei fatti regge ben poco. Dopo un avvio accattivante e dai buoni tempi comici, infatti, il film comincia ben presto a perdere ritmo e soprattuto a risultare del tutto scontato, al punto che per vincere la noia ci si può esercitare facilmente a prevedere cosa succederà nelle scene seguenti.

Va inoltre rimarcata, ahimé in negativo, la prova degli attori: la Zellweger è spesso inespressiva, al limite dell’assente ed i protagonisti maschili non fanno di meglio. Se Dempsey passa i 123 minuti del lungometraggio ad alternare sguardi ammiccanti (quasi più al pubblico che a Bridget, questa è l’impressione), svelando il vero significato della sua presenza, delude Colin Firth, costretto in un ruolo che evidentemente non lo soddisfa e che interpreta al minimo sindacale. Da un premio Oscar ci si attende decisamente di più.

Da salvare, invece, una spumeggiante Emma Thompson (cinque nomination agli Oscar, ne ha vinti due in carriera) nei panni della dottoressa Rawlings.

 

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