Pubblicato il: 14 Febbraio 2019 alle 19:06

Cinema

CineVisioni: la recensione di Green Book

In programmazione a Grosseto – The Space Cinema

Nel 1962, dopo la chiusura di uno dei migliori club di New York in cui lavorava, il buttafuori italoamericano Tony Vallelonga, detto Tony Lip per la sua capacità oratoria, deve a tutti i costi trovare un lavoro per mantenere la sua famiglia.

Accetta di lavorare per il pianista afroamericano Don Shirley e decide di seguirlo in tour nel sud degli Stati Uniti dove il pianista, nonostante sia accolto trionfalmente durante i suoi concerti, subisce vessazioni e violenze a causa dei forti pregiudizi contro i neri ancora vigenti nella zona, tanto che si deve affidare a una guida stradale, il Green Book che dà il titolo al film, dove sono indicati alberghi e ristoranti dove si accettano i neri.

Nonostante le differenze e gli iniziali contrasti, tra Don Shirley e Tony Lip si instaurerà una forte amicizia.

Peter Farrelly, regista di Green Book ha firmato molti film in coppia con il fratello Bobby, conosciuti appunto come i fratelli Farrelly. Il duo ha all’attivo moltissimi successi, dalla saga di Scemo e più scemo a  Tutti pazzi per Mary. Le loro commedie hanno sempre avuto due ingredienti fondamentali: un gran ritmo e una certa quantità di politicamente scorretto.

Logico aspettarsi quindi lo stesso da questo lavoro di Peter Farrelly. Poi si scopre che i protagonisti sono Viggo Mortensen (facilissimo ricordarselo ne Il Signore degli Anelli ma anche in A History of Violence A Dangerous Method) e Mahershala Ali (visto in House Of Cards e premio Oscar per Moonlight) e ci si confonde un po’. Soprattutto vedendosi trasportati nell’America dei primi anni Sessanta.

Ma Mortensen ha qualche chilo in più ed è un sorprendentemente brillante italoamericano, mentre Ali è un dandy di colore del tutto credibile. E qui le cose si fanno interessanti. Proprio nel contrasto tra questi due personaggi si sviluppa Green Book e trae linfa vitale dalla splendida interpretazione di ambo gli attori, che trascinano la pellicola nel solco di una sceneggiatura ben scritta. Siamo lontani dalla comicità quasi slapstick tipica dei Farrelly, qui sostituita da piacevoli momenti di sorriso su un tema spinoso e che tocca le coscienze.

Stiamo ovviamente parlando di segregazione, quella forma di esclusione della popolazione nera, relegata appunto nel Green Book, per la quale la star Shirley non può cenare nel locale in cui si esibirà come acclamatissima guest star, o non potrà usufruire della toilette di un ristorante, vedendosi proposta una terribile latrina esterna come alternativa per i black people.

Eppure Green Book riesce a non essere mai didascalico, né paternalistico. Anzi, tocca temi importanti scuotendo le coscienze proprio per la “banalità del male”. Significativo il duetto: “Hey, dottore, non scrivo io le regole!” – “Ah no? E chi le scrive?”. Sono le persone che, accettandole, scrivono di loro pugno le regole più abiette.

Nel libro dei film da vedere, aggiungete Green Book: ne uscirete arricchiti da un bel messaggio e qualche sorriso.

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