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AmiCainoAbele , quando il perdono è più forte del dolore: testimonianza della vedova Santarelli a Grosseto

di Cristina Zammataro
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Verità, responsabilità e compassione: sono i tre principi fondanti della neo nata associazione AmiCainoAbele, fondata da Claudia Francardi (vedova dell’appuntato Santarelli, vittima di un’aggressione durante un posto di blocco a Pitigliano) e Irene Sisi (madre di Matteo Gorelli, che colpì mortalmente il carabiniere), presentata ufficialmente ieri alla Festa di Santa Lucia di Grosseto.

Non c’ è pace senza giustizia non c’ è giustizia senza perdono”, è a queste parole pronunciate da Papa Giovanni Paolo II in occasione della XXV giornata mondiale della pace che la vedova Santerelli si è ispirata nel suo, non sempre facile, percorso verso il perdono. Perché il perdono e la riconciliazione non si impongono per legge ma sono individuali.

Ed è in occasione di questi spiacevoli avvenimenti che il Vangelo diventa vita per chi lo sperimenta attraverso percorsi tortuosi.

AmiCainoAbele

«E’ l’ultima associazione nata in ordine di tempo, ma è quella a cui tengo di più perché è un ritorno alle origini – afferma Don Enzo Capitani, che ha accompagnato il cammino delle due donne- , all’origine esistenziale di ciascuno. Nel momento in cui ognuno nasce è in pace con tutti; i problemi nascono dopo, nel momento in cui ognuno comincia a manipolare la vita.  E quindi non possiamo esimerci dal fare qualcosa perché si ristabilisca l’equilibrio iniziale, si ritorni all’origine.

L’associazione AmiCainoAbele nasce da un fatto di cronaca locale drammatico, che se ci ragioniamo può essere piccolo per il numero di persone che coinvolge, ma grande per chi lo vive.

Partire da un cammino personale di ritorno alle origini per proporre qualcosa di più diventa importante perché senza giustizia non si va da nessuna parte, facendo attenzione a non far passare come atti di amore e carità ciò che dovrebbe essere sottoposto a giustizia».

«La giustizia ha fatto il suo corso – ha spiegato Irene Sisi, madre di Gorelli- , Matteo si è preso le responsabilità di ciò che è accaduto ed ha dato la possibilità a Claudia di capire.

Un giorno al ritorno da una visita a mio figlio, io e Claudia ci siamo chieste cosa potevamo fare per aiutare le persone che vivono situazioni simili alla nostra. Inizialmente siamo andate a testimoniare nelle scuole e poi abbiamo pensato di dare vita a questa associazione».

Ha poi preso la parola la signora Claudia Francardi che ha raccontato il suo percorso interiore, che inizialmente era caratterizzato dalla non accettazione della realtà: «Dopo un mese di coma vegetativo, i medici mi hanno detto che Antonio non si sarebbe più risvegliato. Non avevo più voglia di pregare, di raccontargli quello che succedeva fuori dall’ospedale come avevo fatto fino a quel momento, di cantare per lui. Il suo stato poteva durare mesi, forse anni. Elaborare un lutto con una persona che continua a vivere non è semplice.

Dal momento in cui avevo parlato con i medici ho impiegato un altro mese per prendere il coraggio a due mani e mettere a conoscenza di questa cosa mio figlio. Sono caduta in uno stato di depressione, ma ho avuto l’umiltà di farmi curare. Non nego che in alcuni momenti avrei voluto anche soffocare Antonio per amore, per farlo smettere di soffrire; speravo allo stesso tempo in un miracolo fisico, ma non è mai arrivato.

Io ed Irene ci siamo incontrate quando mio marito era ancora vivo. A seguito di una sua lettera, ci siamo trovate ed in quel momento le parole non sono servite, ci siamo subito abbracciate.

In seguito ci siamo parlate e le ho chiesto di far venire Matteo a trovare Antonio per fargli vedere come stesse; nonostante lei avesse accettato a Matteo non è stato concesso, però Irene ha trovato il coraggio di dire a Matteo la verità, quella verità che fino a quel momento gli era stata tenuta all’oscuro per evitare atti di autolesionismo: Antonio morirà e la sua pena sarà più pesante perché da tentato omicidio dovrà scontare un omicidio.

Antonio è morto in un giorno di primavera, l’11 maggio; io stavo andando a trovarlo quando ho ricevuto la telefonata della dottoressa. Dopo poche ore è subentrato in me un senso di pace, da quel momento le cose sono cambiate perché dallo stato di limbo ho ricominciato a vivere e a fare progetti. Sentivo che desideravo qualcosa di diverso dall’invecchiare con gli occhi spenti e incattivita.

Quando Don Enzo mi ha detto che il Signore ama Matteo e Antonio allo stesso modo mi ha spiazzata.

Il 7 dicembre 2012 Matteo è stato condannato all’ergastolo e mentre tutti ridevano, io ho provato dolore perché la società non dava una seconda possibilità a questo ragazzo così giovane.

Il 28 gennaio 2013 io ed Irene siamo partite per andare a trovare Matteo e ricordo ancora il piacere di andare da lui, per mettermi sul suo stesso piano. Quando ci siamo visti ci siamo abbracciati ed è stato uno dei giorni più belli della mia vita. Ricordo anche di avergli detto che una mano così bella e giovane poteva solo avergliela armata il diavolo. Poi gli ho chiesto di stringerci le mani con in mezzo un rosario di Medjugorje, in modo che la Madonna potesse fare da medium.

Da lì la parola d’ordine è stata: eccomi!

Cosa faremo? E’ una cosa nuova per noi e non abbiamo programmato niente».

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