Pubblicato il: 12 Settembre 2019 alle 14:32

Economia

Il segretario Cgil Grosseto Claudio Renzetti annuncia una lunga mobilitazione

«Negli anni della crisi più che raddoppiate le vertenze aperte dalla Cgil»

Il 3 ottobre la Cgil di Grosseto presenterà i progetti operativi che daranno gambe alla strategia denominata “Il lavoro si fa strada – nuovi modelli di contrattazione inclusiva ancora più vicini alle persone povere e precarie“.

«Da oggi a quella data – spiega il segretario della Camera del lavoro, Claudio Renzetti – in una sorta di “viaggio nella precarietà” interverrò su alcune questioni che riteniamo strategiche per il nostro territorio: il quadro generale dell’impoverimento del lavoro; il caporalato; l’utilizzo distorto di strumenti contrattuali come tirocini e apprendistato».
Per entrare nel merito della prima questione, Renzetti parte dai numeri. «Dieci anni fa la Cgil di Grosseto faceva circa 500 vertenze all’anno. Più della metà avvenivano in costanza del rapporto di lavoro e riguardavano controversie contrattuali: mancata concessione delle ferie, mancato pagamento degli straordinari, e così via. Nel 2018 siamo arrivati a più di mille vertenze, oltre il 95% delle quali avvenute dopo la cessazione del rapporto di lavoro. Il segnale inequivocabile che oggi per bisogno si accetta di tutto, e che solo la disperazione per un licenziamento considerato ingiusto induce una parte di persone a provare a far valere i propri diritti.
Una parte, perché molti vengono, si informano, ci pensano e poi decidono di non fare nulla temendo che nei loro confronti si alzi un muro nell’accesso a nuovi impieghi. “Magari scoprono che ho fatto causa al datore di lavoro, e non mi prende più nessuno”, ci dicono. Questo fenomeno, inoltre, va di pari passo con l’impennata del lavoro nero e soprattutto grigio.
Quanti sono gli stagionali che hanno contratti più bassi e un fuori busta parzialmente compensativo?
Purtroppo sono tanti e in troppi fanno finta di non saperlo. Dieci anni fa venivano denunciati in maniera massiccia i pagamenti in nero. Oggi, invece, si denuncia quasi sempre il nero promesso e non erogato.
Più della metà degli stranieri che vengono a segnalare lo sfruttamento, poi, quando gli spieghi che per aprire una vertenza per compensi in nero è necessaria una denuncia all’ispettorato del lavoro, ti dicono che non hanno bisogno di essere accompagnati. E per mille e un motivo facilmente comprensibile, non li vedi più.
Questo è il quadro di un mercato del lavoro che per una bella fetta in provincia di Grosseto è tornato ad essere quello degli anni 50. Precario e senza alcun tipo di garanzia.
Noi come Cgil proviamo a combattere questi sfruttamenti diffusi con tutte le nostre forze: a ottobre affiancheremo a quelli di Grosseto e Follonica un ufficio vertenze anche ad Orbetello, ed entro il 2020 ad Arcidosso. Incontriamo e proviamo ad educare ai diritti centinaia di studenti delle superiori. Andiamo dentro i Centri di accoglienza, incontriamo le comunità e dovunque si possono aprire gli spazi per gettare il seme della legalità e di cosa sia giusto pretendere.
Contemporaneamente stiamo battendo tutta la costa per consegnare materiale informativo a bagnini e ragazzi degli stabilimenti balneari. Andiamo dove partono i “pulmini” per le campagne e scontrandoci con gli autisti facciamo il possibile per parlare con le persone che ci salgono sopra. Andiamo dentro i centri commerciali oppure ci piazziamo ai margini con gazebo e banchetti. Andiamo nei cantieri e parliamo con le persone. E ci stiamo impegnando a rappresentare e tutelare anche le piccole partite Iva. Con decine di altri progetti che presenteremo il 3 ottobre.
Abbiamo deciso di tornare a essere un “sindacato di strada” perché ci rendiamo conto che per ricostruire l’unità del mondo del lavoro, dobbiamo andare a cercare le persone nei luoghi di lavoro.
Il problema è eminentemente culturale. In questi anni le persone si sono chiuse in sé stesse, facendo prevalere la dimensione dell’Io su quella collettiva. E c’è chi pensa che la lotta debba sempre farla qualcun altro, non rendendosi conto che così, in cuor suo, ha già perso.
Servono norme, diritti, controlli, ma il primo cambiamento deve avvenire nelle nostre teste. Perché solo uniti è possibile cambiare le cose e restituire dignità a chi rimane ai margini del mondo del lavoro. È l’impegno che ci siamo assunti per i prossimi anni, e non molleremo finché non avremo raggiunto l’obiettivo».

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