Pubblicato il: 15 Febbraio 2018 alle 21:12

Cinema

CineVisioni: la recensione di The Post

In programmazione a Grosseto – The Space Cinema

Vietnam, 1966: i soldati americani si trovano in una situazione estremamente precaria e risultano svantaggiati sul campo di battaglia; essa è documentata dall’analista militare Daniel Ellsberg per conto del segretario della Difesa Robert McNamara. Sul volo di ritorno verso l’America, Elisberg rivela a McNamara e al presidente Lyndon Johnson che, a suo parere, la situazione bellica in Vietnam è rimasta sostanzialmente invariata dall’inizio della guerra. Intervistato da numerosi giornalisti, McNamara tuttavia mente dicendo che erano stati compiuti numerosi progressi e che era estremamente fiducioso riguardo l’esito della guerra. In seguito Elisberg, lavorando alla RAND Corporation e avendo accesso a numeroso materiale riservato, decide di fotocopiare tutti i documenti top secret legati alla guerra del Vietnam, a partire dalla presidenza Truman e di consegnarli al New York Times affinché li possano pubblicare.

Nel 1971 Katharine Graham, divenuta proprietaria del Post dopo la morte di suo padre e del marito, cerca di equilibrare al meglio la vita sociale con gli impegni lavorativi e con le difficoltà finanziarie che la costringono a quotare l’azienda in borsa. Oltre a ciò, le sue decisioni non sono talvolta tenute in considerazione dal membro del consiglio Arthur Parsons e dal caporedattore Ben Bradlee. In particolare quest’ultimo, insospettito da alcune voci, cerca di scoprire cosa abbia intenzione di pubblicare il New York Times; nel frattempo McNamara, amico di lunga data della Graham, le rivela che sarebbe stato pubblicato un articolo poco lusinghiero nei propri confronti sullo stesso giornale. Il 13 giugno 1971, quattro mesi dopo aver ricevuto i documenti, il New York Times ne inizia la pubblicazione: tutto ciò scatena nel paese un’ondata di proteste e un gigantesco scandalo, legato appunto ai Pentagon Papers. Il giornale riceve però l’ingiunzione di sospendere per un tempo limitato la pubblicazione, pena l’oltraggio alla corte.

Diciamolo chiaro: Steven Spielberg con questo film punta decisamente all’Oscar. E forse non ad una sola statuetta.
Molti sono i fattori che lo fanno comprendere, in primis la scelta di un cast stellare, a partire dai due protagonisti Tom Hanks e Meryl Streep, cui sono affidati rispettivamente le parti di Ben Bradlee e Katharine “Kay” Graham. I personaggi di contorno non sono da meno, basti citare Sarah Paulson (da American Horror Story), Bob Odenkirk (da Breaking Bad), Jesse Plemons (da Fargo), Zach Woods (da Silicon Valley), magnificamente affiancati da attori di lungo corso come Tracy Letts e Bruce Greenwood.

La sceneggiatura, affidata a Liz Hannah e Josh Singer (che ha vinto proprio l’Oscar nel 2016 per la sceneggiatura di Il caso Spotlight), funziona alla perfezione e garantisce, insieme alla sapiente regia di uno Spielberg nella sua forma migliore, un ritmo costante con poche pause. Le ambientazioni e la fotografia, sebbene sullo sfondo rispetto ai due succitati aspetti, girano come un orologio.

Non manca, sempre in ottica Oscar, un continuo riferimento alla centralità delle figure femminili, così smaccato da essere un evidente ammiccamento al movimento #MeToo. Resta comunque l’importanza delle due donne, prima mogli che supportano, poi entrambe centrali nel momento che conta.

The Post non è un film perfetto: risulta qualche volta lezioso, didascalico e non sempre morde come dovrebbe. Ma questi sono i limiti, come dicevamo, di un film costruito in funzione degli Oscar. Ma racconta un bel pezzo di storia, propedeutico al caso Watergate, e lo fa bene, con forte impulso e grandi professionisti.

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