Economia

Come gestire il risparmio delle famiglie post Covid-19? Risponde Paolo Galvani

Paolo Galvani, presidente di MoneyFarm, ha fatto il punto della situazione sul risparmio delle famiglie

La pandemia da Coronavirus in alcuni contesti, europei e non, ha fatto più danni della crisi finanziaria del 2008. La situazione italiana del lockdown fa chiarezza su questo assunto di fondo: sui conti correnti bancari italiani è aumentato il deposito di soldi fino a 17 miliardi, due volte e mezzo gli stessi mesi, marzo e aprile, del 2019. Questa è stata peraltro la tendenza di quasi tutti i paesi dell’Unione Europea, eccezion fatta per la Germania, in un contesto dove i cittadini preferiscono mantenere i soldi in contanti durante la crisi, portando così ad una diminuzione dei depositi. In Italia la liquidità sui conti correnti è arrivata a 1.600 miliardi, l’aumento dello stock di risparmio ha reso evidente la contraddizione tra una ricchezza privata abnorme e un grande debito pubblico che aumenta ora con tutte le misure attuate per aiutare cittadini, imprese e famiglie finiti in difficoltà.

Autarchia finanziaria

In alcuni ambienti governativi, per questo preciso motivo, si porta avanti il discorso dell’autarchia finanziaria, laddove con questo termine si vuole intendere l’indipendenza economica di una nazione. Al contempo però si stanno valutando diverse soluzioni per incanalare il risparmio verso la crescita del Paese o per aumentare la quantità di Btp in mano agli italiani. Un tema di interesse nazionale, ma che ancora fatica a prendere piede.

Galvani al Foglio: “Cautela sulle politiche di indirizzo”

A questo proposito Paolo Galvani, presidente di MoneyFarm, ha fatto il punto della situazione sul risparmio delle famiglie. Per Galvani è comprensibile interrogarsi sul fatto che la ricchezza privata possa effettivamente contribuire al progresso dell’Italia, ma allo stesso tempo ha invitato ad agire “con grande cautela in queste politiche di indirizzo”.

Non concentrare il rischio in un solo Paese

Secondo Galvani, l’investimento in titoli di stato italiani va più che bene qualora la quota sia bilanciata all’interno di una corretta allocazione del capitale, ragion per cui “c’è da evitare il concentramento del rischio su un singolo Paese”. Dunque diversificare le risorse, in più strumenti e più aree geografiche, è necessario. Il modo migliore per proteggere il proprio capitale, è noto, sta nel cavalcare l’onda in momenti diversi e su bandiere diverse. I rendimenti degli investimenti hanno infatti subito penalizzazioni negli ultimi anni poiché esponevano gli investitori alle oscillazioni dei mercati finanziari: quanto successo in tempi di Covid-19 è chiaro.

Proprio per questo, secondo Galvani, patriottismo-risparmio è un binomio che va gestito con calma anche e soprattutto in un paese come l’Italia, dove la cultura finanziaria è ancora molto bassa e il livello di trasparenza degli intermediari finanziari non si conforma in senso stretto alle normative vigenti in Unione Europea per quel che riguarda informazioni su costi, su commissioni e via dicendo. Per la malsana abitudine di privilegiare il punto di vista di chi deve collocare sul mercato, e non il punto di vista dell’investitore. Esiste, dunque, una divergenza di interessi tra lo Stato che pensa di usare sempre più la ricchezza privata e i cittadini, in qualche modo persuasi a investire in strumenti che rispondono alle loro esigenze?

Entrano qui in gioco i Piani individuali di risparmio, a cui Moneyfarm, sostiene Galvani, “ha sempre guardato con scetticismo, ed ora con una nuova versione potrebbe aumentare il livello di rischio di chi li compra”. Alla base dei Pir c’è un principio corretto, quello di sostenere lo sviluppo produttivo con strumenti di risparmio ma ci sarebbe da chiarire l’aspetto economico, poiché il loro “peso” in un investimento è piuttosto contenuto: i Pir sono stati concepiti per investire in imprese italiane, concentrando il rischio in un solo contesto, in barba alla diversificazione. Inoltre, conclude Galvani, i Pir hanno subito pressoché immediatamente una frenata, portando così tanti miliardi su imprese che capitalizzano poco e che generano così pochi liquidi accrescendo il rischio di una bolla speculativa. Quale soluzione, dunque? La chiarezza. L’unica arma che ha l’Italia per risalire la china.

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