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Consiglio provinciale: il testo del documento della maggioranza sul riordino delle Province

di Roberto Lottini
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Pubblichiamo integralmente il testo del documento elaborato dalla maggioranza sul riordino delle Province, che è stato discusso nel corso del Consiglio provinciale di stamani.

“Le Province italiane siano il primo banco di prova di un progetto di grande cambiamento in Italia, affinché il sistema pubblico si avvicini ai cittadini e semplifichi loro la vita. La crisi economica e sociale coincide con il minor livello di credibilità della politica e della fiducia che gli italiani ripongono nelle istituzioni democratiche. Il nostro Paese ha bisogno di aprire finalmente una grande stagione di cambiamento e di riformare le istituzioni pubbliche, a partire da quelle nazionali, per molti versi ingessate da rigidità, ridondanze, sovrapposizioni,e burocrazia ed in taluni casi anche di corruzione.

Un paese moderno, europeo come l’Italia dovrebbe rinnovare i principi di Ventotene e proiettare di più verso l’Unione Europea le nuove prospettive di ogni popolo in una sempre più necessaria integrazione politica degli Stati in un’Unione politica. Il bisogno di far crescere l’importanza dell’Europa, per regolare i mercati finanziari e tentare di governare i processi globali, apre naturalmente e sempre più lo spazio per le autonomie locali e per soluzioni di sviluppo e coesione sociale in dimensione locale. Maggiore è il ruolo dell’Europa e maggiore e più aperto è lo spazio di autonomia delle istituzioni locali vicine ai cittadini nello svolgimento di funzioni e politiche pubbliche.

Sarebbe davvero auspicabile una riforma profonda e completa dello Stato che risolva le inutili duplicazioni nell’iter parlamentare, che ridefinisca la giusta rappresentanza, che si interroghi sul senso attuale degli statuti speciali regionali e della consistenza stesa di alcune Regioni, più piccole persino di molte province attuali.

Anche la riforma delle Province deve inserirsi in questa prospettiva, senza diminuire il tasso di democrazia nella gestione e nel governo del territorio. Le indicazioni contenute l’art.23 del decreto-legge cosiddetto Salva Italia, pongono un problema, tutt’altro che secondario, attinente al metodo d’elezione degli organi di governo delle future Province, che diventando enti di secondo livello perderanno rappresentatività politica rispetto ai territori che saranno chiamate ad amministrare. Molte Regioni, tra le quali non è la Toscana, hanno impugnato per conflitto di attribuzione questa norma, presso la Corte Costituzionale che si pronuncerà il prossimo 6 novembre, il che fa prevedere ulteriore caos istituzionale.

Sul procedimento di riordino che ha preso il via con il decreto-legge 6 luglio 2012, n.95 – “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini” cosiddetto sulla spending review persistono altri dubbi di legittimità costituzionale. L’attuale procedura prevede, infatti, il coinvolgimento del Consiglio delle Autonomie Locali che dovrà proporre alla Regione la nuova mappa delle province toscane per poi inviarla al Governo, il tutto in un tempo troppo breve per consentire la partecipazione di tutte le comunità locali, come meriterebbero scelte di fondo di questa rilevanza.

Per la Provincia di Grosseto, proprio perché ritiene che la prevista riforma dell’organizzazione delle Province italiane sia un tema da affrontare senza settarismi e logiche corporative, è fondamentale trasformare questo passaggio nell’occasione concreta di avviare una grande riforma dello Stato in Italia purché tutto questo non si esaurisca in un semplice adempimento burocratico con rigidità irrazionali come quelle del Governo e che siano riviste le prime proposte avanzate dalla Regione Toscana che rischiano seriamente di pregiudicare l’esito positivo della riforma.

Esistono diverse e forti criticità che meritano di essere analizzate. Il primo elemento critico, sta nei parametri rigidi individuati dal Governo – 2500 kmq e 350.000 abitanti – che di fatto impediscono di ragionare in modo appropriato sulla dimensione ottimale dei nuovi Enti, perché prescindono da valutazioni di merito sull’omogeneità socio-economica, sulla storia delle relazioni culturali, sul valore e la complessità dei compiti assegnati e sui collegamenti infrastrutturali fra i territori. Disegnare astrattamente sulla carta un ente ignorando questi parametri oggettivi, significa predisporsi a un rischio di fallimento molto elevato rispetto all’efficacia del nuovo livello di governo del territorio.

I parametri previsti dalla nuova norma, se applicati in modo rigido in Toscana, disegnerebbero una realtà senza alcun senso e priva di qualsiasi ragionamento sulla utilità, efficienza ed efficacia dei servizi ai cittadini: la provincia di Firenze che si trasforma in città metropolitana acquisendo competenze che sono proprie dei Comuni; la nuova provincia di Livorno e Pisa; la nuova provincia di Prato, Pistoia, Lucca e Massa Carrara; ed infine, una possibile nuova provincia di Arezzo, Grosseto e Siena. Le città capoluogo sarebbero giustamente quelle maggiormente popolose.

La stessa spartizione delle competenze introdotta con la spending review fra i nuovi enti e i Comuni, sotto questo profilo, appare ispirata a criteri astratti che non tengono conto della rilevanza di alcune competenze di indirizzo, coordinamento e gestione. Limitare l’ambito di azione delle nuove Province a pianificazione territoriale, valorizzazione dell’ambiente, trasporto pubblico locale, viabilità, programmazione della rete scolastica e edilizia scolastica, significa di fatto dare vita a un Ente monco con distorsioni che si riverbereranno sugli altri livelli di governo.

In particolare alcune funzioni – sviluppo economico e lavoro, formazione professionale e promozione turistica – devono essere attribuite alle nuove Province che continuano ad essere i primi attori della politica economica locale e livello adeguato nella costruzioni di politiche attive per il lavoro e la costruzioni di reti di protezione sociale. Quelle del decentramento e della semplificazione amministrativa, infatti, sono istanze radicatissime fra imprese e cittadini.

Questa disarticolazione del sistema attuale senza un ponderato modello sostitutivo, inoltre, porterà con sé problemi enormi nella ricollocazione del personale che dovrà essere trasferito alla Regione o ai Comuni. Un puzzle inestricabile che non avverrà a invarianza di risorse destinate, ma che comporterà una prima fase di costi straordinari legati agli accorpamenti e una conseguente perdita di efficienza.

Non c’è, peraltro, Nessun accenno invece alla necessità di “disboscare” le migliaia di Enti, agenzie, società ad hoc di Ministeri e Regioni che svolgono funzioni pubbliche che potrebbero invece rientrare all’interno della gestione amministrativa degli enti a rilevanza costituzionale e con un controllo sociale continuo garantito dal vincolo democratico.

C’è, infine, un problema di fondo anche nell’impostazione che la Regione sta dando alla discussione sul riordino delle Province. L’ipotesi di suddividere la Toscana in tre grandi Aree vaste, escludendo la città metropolitana fiorentina, è priva di ogni logica rispetto alla storia, alla orografia territoriale e ai legami socio economici di questa parte di Toscana.

È dunque opportuno qui ricordare che l’Area Vasta, definita da lungo tempo nei programmi regionali e la Provincia come ente territoriale locale sono cose distinte e anzi, molto distanti tra loro: l’area vasta è un modello organizzativo di cooperazione tra enti diversi e strutture amministrative, per operare con maggiore efficienza e adeguatezza nell’erogazione di un servizio o al suo funzionamento, favorendo e ampliando l’autonomia di applicazione di ogni singolo ente nel rispetto delle differenze che esistono tra le comunità. L’Area Vasta è, dunque, un’utile astrazione. Fra l’altro, le aree vaste così come definite negli atti delle passate programmazioni consolidati sono ormai da considerarsi superate. Infatti, per la definizione degli ambiti ottimali su alcuni servizi pubblici a carattere industriale come il servizio idrico integrato e il trasporto pubblico locale o la promozione turistica si è ritenuto opportunamente di individuare addirittura l’ambito regionale.

La Provincia, invece, è prima di tutto una comunità e un territorio, ossia un’istituzione in cui i cittadini si riconoscono e di cui si servono. La “carta di Petriolo” che ha definito nel 2011 un patto tra le province di Arezzo, Grosseto e Siena, divenuta atto di indirizzo in questo Consiglio Provinciale, indica proprio la strada del rafforzamento dei livelli di cooperazione e di efficienza organizzativa tra Enti per riuscire a svolgere con più efficacia il compito di ogni singola e distinta comunità provinciale.

L’Area vasta composta dalle tre attuali Province di Grosseto, Siena e Arezzo, infatti, sarebbe più estesa di almeno 7 Regioni italiane e comprenderebbe città, aree montane fra loro distanti e poco omogenee, immensi spazi rurali poco insediati, distretti industriali e oltre 160km di costa, un territorio che rimarrebbe indubbiamente sacrificato rispetto alla connotazione socio economica prevalente del territorio. Le distanze tra i diversi centri abitati e tra zone a vocazione produttiva estranee le une alle altre, metterebbero in discussione sin da subito la possibilità di un governo omogeneo delle diverse realtà, accrescendo proprio i rischi del fallimento della riforma che si intende perseguire.

Si allontanerebbe ulteriormente dalle comunità un luogo importante di decisione dalle comunità come se si costruisse un’altra Regione che si aggiunge a quella esistente. Fra l’altro, la riforma delle Province si trascinerà dietro quello delle articolazioni dello Stato, a partire da Prefetture, Questure, Comandi di Vigili del fuoco, Carabinieri, Agenzia delle entrate, Inps, Motorizzazione Civile, Ufficio Provinciale Scolastico e quant’altro. Ed è evidente che c’è il rischio di un impatto significativo sulla qualità dei servizi al cittadino in campi di grande interesse rispetto a diritti fondamentali come per esempio la sicurezza, l’istruzione e il lavoro.

Molto del dibattito pubblico registrato in Toscana, si è concentrato sulla scelta delle città capoluogo. Chi ha avanzato questo tema ha così commesso un grave errore, mentre non ci si è impegnati a sufficienza sul merito della riforma che invece impone di conoscere numero, qualità e intensità delle competenze regionali da attribuire alle nuove province cercando di descrivere il livello di decentramento amministrativo che si intende perseguire.

Per quanto riguarda i potenziali accorpamenti che vedono la nostra provincia in grado di poter scegliere tra più soluzioni, è utile inquadrare un orizzonte verso cui guidare i nostri rappresentanti all’interno del Consiglio delle Autonomie Locali: la Provincia di Grosseto – con i suoi 4.500 kmq – è per estensione una delle prime d’Italia. Il parametro del territorio non è senza dubbio di per sé esaustivo. Tuttavia la fortissima connotazione rurale delle aree collinari e interne, compreso quelle montane omogenee per storia e natura alle contermini terre senesi evidenzia ancora oggi elementi di contiguità con l’attuale provincia di Siena.

Ma la contemporanea presenza di un terzo della costa toscana, insediata dalla gran parte della popolazione residente e delle attività economiche, costituiscono un’eccezione nel panorama delle Province toscane. A questo si aggiunge il fatto che nei territori di Piombino e della Val di Cornia – che hanno relazioni socioeconomiche storiche con l’area nord della provincia di Grosseto [Follonica e Colline metallifere] – sta avviando una discussione sull’opportunità strategica di  aggregarsi all’area grossetana, anche in considerazione della comune ottimale gestione di alcuni servizi pubblici, oltre alle straordinarie opportunità sul piano infrastrutturale e logistico e nel governo dell’intero arcipelago toscano.

Infine, i tagli operati dal Governo all’interno del provvedimento sulla spending review mettono in crisi decine di provincie in Italia, compresa la nostra, rispetto al mantenimento nel tempo degli equilibri finanziari e rischiano di anticipare riordino auspicato in modo violento, sostituendo la riforma con la sostanziale chiusura di molti Enti per dissesto finanziario.

La proposta di riordino delle Province non può essere calata dall’altro senza nessun processo partecipativo e a prescindere dalla valutazione delle comunità locali che vivranno sulla propria pelle il cambiamento, con una diversa articolazione di competenze e servizi che influirà sulle relazioni economiche e sociali. Per questo è opportuno che almeno il Consiglio provinciale e i Consigli comunali, in quanto rappresentativi delle comunità, discutano e si pronuncino in modo esplicito sulle diverse opzioni di riordino.

Il Consiglio provinciale ritiene:

che i tempi di attuazione della riforma siano oggettivamente troppo stretti. I due parametri scelti dal Governo per definire i confini dei nuovi Enti risultano incompatibili con la riorganizzazione efficiente di competenze e servizi sui territori. È opportuno che Governo e Parlamento  riconsiderino i criteri che devono essere resi più elastici, che siano previste competenze più ampie e che sia consentito in un tempo più largo un coinvolgimento reale delle comunità nella discussione della proposta di riordino.

Richiede che:

le Province opportunamente riformate siano Enti con dignità costituzionale pari agli altri di cui è costituita la Repubblica italiana e continuino ad essere Enti elettivi con un chiaro mandato popolare. L’esclusione della legittimazione democratica sarebbe una carenza molto grave, che renderebbe le Province davvero inutili e ostaggio di pulsioni localistiche, oltreché prive di soggettività istituzionale nel confronto con la Regione e con lo Stato.

Tutte le competenze e le funzioni amministrative della Regione siano attribuite a Comuni e Province per realizzare finalmente il disegno di uno Stato realmente decentrato e prossimo al cittadino, evitando di indugiare su un nuovo centralismo regionale e di costruire per conseguenza una regione che, oltre a normare e a programmare, gestisce, trasformandosi in un gigante burocratico.

Andrebbero sciolti contestualmente alla riforma delle province i 3.127 enti e società dei ministeri e delle Regioni che svolgono funzioni pubbliche senza che nessuno ne conosca nemmeno l’esistenza, i Consorzi di bonifica, le agenzie che si sono moltiplicate anche in questi ultimi 2 anni.

Una volta, però, definita una proposta di accorpamento, si promuova in Toscana un referendum consultivo per chiedere ai cittadini se sono d’accordo. Si tratta di scelte di grande portata rispetto alla storia e nessuno può arrogarsi diritti di rappresentanza senza il conforto della volontà di 3,5 milioni di Toscani.

Venga subito sbloccato il patto di stabilità e ricalcolati i costi intermedi su cui si sono operati i tagli con la spending review per non sovraccaricare di debiti strutturali i nuovi Enti risultanti dagli accorpamenti, che altrimenti si ritroverebbero a partire, anche a seguito degli ultimi tagli, in condizione di disavanzo strutturale.

Infine, il Consiglio Provinciale

dà mandato, dunque, date le premesse e le odierne conclusioni e preso atto del dibattito qui svolto, al presidente della Provincia di Grosseto di esprimersi di conseguenza all’interno del Consiglio delle Autonomie della Toscana;

invita gli altri rappresentanti della provincia componenti il CdAL a valutare di aderire alle stesse argomentazioni;

invita tutti i consigli comunali a svolgere in un tempo ravvicinato un dibattito aperto sulle prospettive di riordino della Provincia per coinvolgere al massimo l’intera comunità provinciale.”

Fonte foto: Wikipedia

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