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Economia, Cgil: “Bene studio universitario, promuovere agroalimentare e manifatturiero”

"Ancora troppo basso l'apporto delle donne all'economia della provincia"

di Redazione
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Grosseto. Leggendo i tanti dati negativi messi in fila da Università di Pisa, Milano e Politecnico di Milano nell’importante studio commissionato dalla Provincia, per quanto conosciuti, si corre il rischio di cedere al pessimismo cosmico”.

A dichiararlo, in un comunicato, è Monica Pagni, segretaria provinciale della Cgil di Grosseto.

“Tuttavia, ci ricordiamo di aver conosciuto un tempo recente, quello dei ‘patti territoriali’ alimentati dai fondi comunitari per la programmazione negoziata della Provincia guidata da Lio Scheggi, nel quale sui principali indicatori macroeconomici avevamo raggiunto, ed in alcuni casi superato, i livelli medi della Toscana. Ritardi sulle infrastrutture, e non solo, ci hanno fatto poi riprecipitare in fondo – continua la nota -. Oggi ci sarebbero addirittura più risorse straordinarie di allora, ma la partecipazione ai bandi Pnrr su base comunale non consente di sviluppare le strategie per ambiti vasti che ci servirebbero come il pane. In questo senso, quindi, cogliamo con grande positività l’iniziativa della Provincia, per cui all’annunciato tavolo di confronto con le associazioni non faremo mancare il nostro contributo fattivo”.

“Ad ogni modo, disaggregando i dati, qualcosa di positivo e alla portata possiamo già vederlo – sottolinea Pagni –. Ad esempio, partendo dagli indici demografici, vediamo Comuni come Castel del Piano e Scarlino che non se la passano affatto male. Nel comune amiatino, l’evidenza che i migranti integrati rappresentano oggettivamente un valore aggiunto; a Scarlino, dove c’è l’unico grande polo manifatturiero della provincia, ci sono invece redditi più alti della media provinciale. Conseguenza della presenza di manifatturiero di qualità che, attraverso il lavoro buono che garantisce, porta lavoratori giovani, bambini, servizi di welfare e benessere più diffuso. Guardando oltre i confini amministrativi, la sintesi perfetta viene dal distretto della pelletteria nell’Amiata senese: giovani, bambini e macro indicatori positivi dove i processi sono stati industrializzati, di tutt’altro tenore la situazione, purtroppo, sul versante grossetano”.

“Per invertire il trend, quindi, ci serve più manifatturiero. Alla svelta e senza che danneggi gli altri comparti essenziali, quello ad alta innovazione tecnologica sarebbe più alla portata. A patto di colmare il gap delle infrastrutture immateriali, strategicamente essenziali al pari di quelle di asfalto e ferro – prosegue il comunicato -. E ci servirebbe anche più industria di trasformazione dei prodotti agroalimentari, che si aggiungesse alle eccellenze che già abbiamo. Prestigioso avere nel nostro territorio Terre regionali di Toscana, fra le più grandi aziende biologiche d’Europa; ma quasi tutti i grani antichi prodotti in centinaia di ettari vengono venduti al pastificio di un altro territorio, che occupa un numero considerevole di addetti, soprattutto donne, retribuiti tutti in maniera decorosa. Questo per dire che l’obiettivo strategico è avere più aziende delle dimensioni di Conserve Italia, per fare un esempio. Perché capaci di produrre innovazione e generare posti di lavoro qualificati”.

“In questo primo approccio, infine, una considerazione. Leggeremo e studieremo con estrema attenzione e interesse le 160 pagine dello studio, ma colpisce il fatto che l’abbia realizzato un gruppo composto da soli uomini. Il punto di vista anche di una sola delle tante ottime accademiche toscane ci avrebbe dato maggiore garanzia che l’analisi tenesse conto di come la composizione produttiva del nostro territorio tenga sistematicamente ai margini l’occupazione femminile, senza la quale è difficile pensare ad un qualsiasi progresso economico e sociale – prosegue Pagni. In provincia di Grosseto oltre la metà della popolazione è costituita da donne, ma il tasso di occupazione femminile nella fascia d’età 35-49 (quelli in cui oggi si fanno e si crescono i figli) è quasi 22 punti percentuali in meno di quello maschile nella stessa fascia di età e 6 punti in meno della media toscana. Il tasso di inattività femminile, sempre nei 35-49 anni, è il 23,4% rispetto a quello maschile (2,8%). E 5 punti percentuali sopra la media toscana, molto più vicino ai dati delle regioni del sud. Il part time involontario, caratteristico del settore dei servizi molto presente in Maremma, riguarda quasi esclusivamente donne che in questo modo sono povere durante la vita lavorativa. E molto più povere quando arrivano alla pensione”.

“Il rilancio economico, sociale e produttivo del nostro territorio, quindi, non può prescindere dall’individuare percorsi che tengano conto di questa situazione – termina il comunicato -. Per questo ci aspettiamo anche un’analisi di genere che valorizzi l’apporto delle donne alle traiettorie di sviluppo che verranno individuate”.

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