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Emergenza Coronavirus, la Cgil: “No alla riapertura a breve delle attività, rischio contagio alto”

di Redazione
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«La frenesia sulla riapertura delle attività produttive è cattiva consigliera. E come continuano a dire virologi ed epidemiologi, questo rischia seriamente di moltiplicare i focolai infettivi proprio nel momento in cui stanno arrivando i primi risultati nel contrasto alla pandemia. Per questo, invece di alimentare la corsa alle riaperture, è bene concentrarsi sul come questo avverrà e non sul quando. Cosa che spetta decidere al Governo sulla base di valutazioni scientifiche a scala nazionale, e non può essere la conseguenza di fughe in avanti delle Regioni, o peggio di singoli pezzi di territorio».

È perentoria la posizione della Cgil maremmana, espressa da Claudio Renzetti, segretario della Camera del lavoro di Grosseto.

«La Cgil ha 31.000 iscritti certificati e nei giorni scorsi abbiamo aiutato gratuitamente più di 7.000 stagionali del turismo e dell’agricoltura a presentare la domanda per ottenere il bonus da 600 euro relativo al mese di marzo. Questo – spiega Renzettiper dire che abbiamo il polso preciso della situazione, e che anche noi siamo molto preoccupati della tenuta economica del nostro tessuto produttivo. Ma siamo anche consapevoli che le semplificazioni sono pericolose e non si può semplicemente dire “riapriamo tutto, sennò falliscono le attività”. Perché di mezzo ci sono la salute delle persone e il rischio concreto di rimettere in moto la pandemia alimentando tanti focolai. Un rischio che, è bene averlo chiaro, per questo territorio fino ad oggi abbastanza risparmiato dal Covid-19, potrebbe aumentare esponenzialmente con la stagione estiva in conseguenza dei flussi turistici. Anche se molto ridotti e limitati agli Italiani».

Renzetti, poi, svolge un ragionamento puntuale relativo al tipo di tessuto economico: «Quando parla di protocolli condivisi per la sicurezza sui luoghi di lavoro, Confindustria ragiona su una scala aziendale che nella nostra realtà è largamente minoritaria. Considerato che il nostro contesto produttivo è costituito per oltre il 90% da piccolissime imprese, con uno o due addetti, bisogna ragionare meglio sulla revisione dei piani di sicurezza aziendali, entrando nello specifico delle singole diversificate realtà. Perché il problema è doppio: salvaguardare la salute e motivare le persone a operare in serenità sul luogo di lavoro. Pena alimentare una spirale recessiva nella quale alla crisi economica potrebbe sommarsi una pesante crisi sociale.

La fretta non serve, dunque. I rischi che corriamo sono stati evidenziati proprio oggi da un’analisi dell’Istat, che ha confrontato la mortalità dei quattro anni passati con quella di quest’anno in 1.700 Comuni dove il Covid-19 ha avuto larga diffusione. Registrando un aumento medio dei morti del 20%, con punte nella bergamasca del 381%.
La verità è che cambieranno abitudini e stili di vita, con il prolungamento del periodo in cui mantenere distanziamento sociale e mobilità ridotta. Cose che modificheranno la scala dei nostri valori, a partire dalla considerazione dell’importanza del Sistema sanitario nazionale, o di quella delle reti pubbliche quali presidi fondamentali di cittadinanza.

Sul piano del lavoro e dei parametri della produzione, la Cgil pretende che si tengano insieme le due priorità della tutela del lavoro e della salute. E starà in guardia perché la crisi del meccanismo di produzione capitalistica del valore innescata dalla pandemia del Coronavirus, non si traduca in un’ulteriore precarizzazione del lavoro in nome di una competizione giocata sulla sua svalutazione.

A nuovi problemi si risponde col coraggio dell’innovazione, senza tabù. A partire da quello della riduzione degli orari di lavoro a parità di retribuzione. Oltre che a puntare su smart working, riorganizzazione dei turni, rallentamento del ciclo produttivo e dei volumi, gestione delle mense, ecc.

Infine – conclude Renzetti, siamo convinti serva una profonda revisione degli assetti istituzionali, a partire da una lettura critica del ruolo delle Regioni, rispetto agli esiti della riforma del Titolo V della Costituzione. Siamo infatti a un bivio della storia del nostro Paese. E noi ci batteremo per un nuovo modello di sviluppo che metta al centro la qualità delle produzioni, la rivalutazione dei beni comuni e pubblici, il risparmio di energia e di materie prime, la tutela dell’ambiente e il contrasto alle disuguaglianze e ai divari territoriali».

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