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Giornata per il migrante, don Enzo: “C’è ancora tanto da fare in termini di accoglienza”

Come Caritas vorrei che in questo momento particolare della nostra società ci fosse ancora un faro puntato sulla situazione dei migranti e dei rifugiati“.

È l’appello di don Enzo Capitani, direttore di Caritas diocesana, rilanciato dalle pagine del settimanale diocesano “Toscana Oggi”, dopo che domenica 27 settembre in tutta la Chiesa è stata celebrata la 106^ giornata mondiale per il migrante e il rifugiato. Nel suo messaggio per la giornata, papa Francesco indica quattro verbi, che sono quattro azioni da compiere: accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni.

Ho l’impressione – dice, però, don Capitani che abbiamo passato questa Giornata un po’ sotto silenzio. Eppure la Chiesa è da 106 anni, cioè dal 1914, che si occupa di questi fratelli. Nel 1914 c’era la guerra mondiale eppure la Chiesa metteva attenzione e carità verso le popolazioni flagellate da guerra e fame per poterle mettere al centro della sua evangelizzazione. Non è da oggi, dunque, che la comunità cattolica si impegna su questo fronte. E non è frutto di buonismo o di una pastorale ‘francescana’, nel senso di una pastorale che viene portata avanti in prima persona da papa Francesco“.

“No – continua don Enzo -, è dall’inizio dei tempi moderni che la Chiesa è impegnata in questo fronte con la preghiera, certo, ma anche con opere di attenzione e di cura verso i rifugiati e i migranti. È, dunque, motivo di riflessione da sempre e non degli ultimi anni quando il fenomeno è esploso anche nel dibattito pubblico. Per questo dobbiamo tenere puntati gli occhi su coloro che oggi fuggono da situazioni di sofferenza, come Cristo, Maria e Giuseppe che hanno subìto l’esilio fuggendo in Egitto e che per questo nessuno ha consegnato nelle mani di Erode: in tanti nostri fratelli oggi c’è il Cristo che fugge esule!“.

Allora preghiamo e operiamo – è l’appello del direttore di Caritas diocesanaperché l’accoglienza possa essere fatta in maniera ordinata e proficua per noi e per loro. Su questo c’è molto da fare. C’è bisogno che l’amore sia praticato secondo giustizia e con le opere buone, non semplicemente mossi dal sentimento. C’è bisogno di politica e di sporcarsi le mani e che la Chiesa continui a essere faro con la preghiera e offrendo la propria disponibilità per costruire un futuro per questi nostri fratelli”.

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