Pubblicato il: 20 Giugno 2019 alle 19:28

Cinema

CineVisioni: la recensione di Polaroid

Il regista norvegese Lars Klevberg firma questo Polaroid, figlio dell'omonimo cortometraggio del 2015

In programmazione a Grosseto – The Space Cinema

Nella cittadina di Locust Harbor, Bird Fitcher è una studentessa liceale un po’ complessata, con ancora le scorie di un grave trauma infantile. Appassionata di fotografia, riceve in regalo dall’amico Tyler una vecchia macchina fotografica Polaroid, che fa le foto a sviluppo istantaneo.

Bird è entusiasta del regalo e per provare la macchina scatta una foto di Tyler. La sera, andando a una festa in costume, Bird nota che nella foto che ha scattato all’amico c’è qualcosa di strano. Timida e rinunciataria, alla festa Bird se ne sta come sempre in disparte. A sorpresa, però, Connor, il ragazzo che le piace, le si avvicina e si dimostra amichevole. Bird scatta una polaroid a lui e ad altri amici. Ma l’arrivo della polizia getta un’ombra sulla festa…

Il regista norvegese Lars Klevberg firma questo Polaroid, figlio dell’omonimo cortometraggio del 2015. La produzione gli affida un budget modesto e un cast di attori tutt’altro che di prima fascia, con la notevole eccezione di Mitch Pileggi, lo Skinner di X-Files, che però non ha certo una parte principale, bensì quella dello sceriffo Pembroke, personaggio che appare ben poco nel film.

La storia dell’oggetto maledetto è vecchia come il filone horror (e sarà presente anche nel prossimo film di Klevberg, La bambola assassina), sebbene la macchina fotografica in questione possegga un innegabile fascino.
Viene quindi da aspettarsi che un simile handicap venga sanato da qualche preziosismo artistico o quanto meno da un buon ritmo. Di sicuro, Polaroid non allunga il brodo, con una durata appena inferiore ai 90 minuti.

Tuttavia le falle del progetto cominciano presto ad affiorare, in primis proprio la mancanza di ritmo. Complice una prova davvero scialba del cast di attori (sempre con la notevole eccezione di cui sopra), il film scorre tutt’altro che agevolmente. Nei primi due terzi del lungometraggio la trama è minimalista e del tutto prevedibile, al punto che si può spesso anticipare cosa apparirà sullo schermo. Errore blu in un horror. Nell’ultimo terzo, appare una sottotrama che potrebbe avere risvolti interessanti, ma Klevberg, che firma anche la sceneggiatura, risolve il tutto coun un subitaneo plot twist che lascia spazio al finale, nel quale il demone, rappresentato in una computer graphics davvero scadente, conquista il centro della scena.

Non c’è davvero nulla da vedere in Polaroid: né azione, né ritmo, né imprevedibilità, né tanto meno terrore vero. Ci sono un paio di jump scare che lo rendono adatto a chi vuole veder saltare sulla sedia un novellino del genere. Ma niente di più. Sicuramente spendereste meglio il vostro tempo in un’ora e mezza di scatti con una vera Polaroid.

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