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Lavoro nero grigio, CGIL: “A 7 anni dalla nostra denuncia, fenomeno diffuso a tutti i settori economici”

 «Nel novembre 2015 Cgil e Flai (federazione lavoratori agroindustria) di Grosseto – dichiara la segretaria della Camera del lavoro di Grosseto, Monica Pagni – in occasione del convegno “Gli invisibili nelle campagne della Maremma”, dicemmo che era finita l’era della “Toscana felix”, a sottolineare che anche nella nostra realtà oramai i fenomeni di sfruttamento illegale del lavoro erano diffusi.

A sei anni e mezzo di distanza da quella documentata denuncia, i dati comunicati dalla Guardia di finanza di Grosseto relativi a 1.100 lavoratori impiegati in nero o con formule contrattuali di grigio in più comparti produttivi della nostra economia, con un’evasione fiscale di 7 milioni di euro cui si aggiunge quella contributiva per altri 5, confermano che il fenomeno è tutt’altro che in regressione. Sia nel settore agricolo, che in quello dei servizi, presumibilmente turistici.

Lo spaccato che emerge dall’inchiesta, anche se abbozzato, racconta di un territorio balcanizzato in tante isole di lavoro nero e lavoro grigio, con una diffusa elusione ed evasione fiscale, trasversalmente a più ambiti economici. 1.100 persone impiegate in nero o con posizioni contrattuali irregolari sono infatti un campione particolarmente rappresentativo di quel che succede nella nostra provincia. Se a questo aggiungiamo il fatto che con ogni probabilità si tratta di persone impiegate in lavori stagionali e precari, il quadro e completo. E, soprattutto, smaschera una cultura d’impresa retrograda che per realizzare utili punta sul lavoro poco qualificato, sulla precarizzazione del rapporto di lavoro e sullo sfruttamento delle persone. Con buona pace, in tutta evidenza, della polemica ideologizzata nei confronti dei percettori di reddito di cittadinanza.

Limitarsi alla denuncia generica non basta più a nessuno, così come è assodato che la pur meritoria azione di repressione condotta dalle forze dell’ordine non può sostituirsi a una scelta di campo da parte della quota di aziende del terziario che continuano a ricorrere a forme di lavoro in grigio, segnando meno ore di quelle effettuate e pagando il minimo indispensabile dei contributi previdenziali, o non pagandoli per niente. O quelle agricole che per le lavorazioni si rivolgono a soggetti terzi che evidentemente prosperano sulla violazione delle regole e sullo sfruttamento delle persone. Approfittando oltretutto della poca conoscenza della lingua e delle regole del mondo del lavoro da parte di molti lavoratori stranieri.

D’altra parte, che questi fenomeni oramai siano alla luce del sole lo testimonia il fatto che la stessa inchiesta della Guardia di finanza ha preso le mosse da più segnalazioni, arrivate da ogni zona della provincia. Il che significa che si tratta di pratiche diffuse e conosciute. In molti casi coincidenti con fenomeni di lavoro grigio, e con truffe all’Inps.

In questo senso, o le aziende coinvolte in questi episodi decideranno di cambiare atteggiamento rientrando nel perimetro della legalità, oppure fra qualche mese ci troveremo ancora una volta a commentare l’ennesima retata o raffica di denunce a seguito di un’indagine.

Sui meccanismi che consentono o semplicemente facilitano il ricorso a pratiche scorrette, penalizzanti soprattutto nei confronti delle imprese che si impegnano a rispettare le regole, bisogna anche che intervenga in modo più incisivo la rete delle istituzioni e il Legislatore, così come il Governo che non può continuare a sottostimare gli effetti della carenza di organici degli Ispettorati del lavoro.

Come Cgil lo diciamo da anni – conclude Pagni – e ci siamo stancati di sentirci rispondere che c’è sempre un’altra emergenza da affrontare o un nuovo stato di crisi col quale confrontarsi. Quella della competitività giocata sul basso costo del lavoro poco qualificato e precarizzato, è un’emergenza nazionale. E costituisce uno degli elementi di debolezza più evidenti del sistema Italia. che proprio nel settore agroalimentare, nel turismo e nel commercio ha dei punti di forza, ma che proprio per questi motivi non sono in grado di dispiegare tutte le loro potenzialità».

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